Stiamo assistendo a votazioni dei membri di nomina parlamentare del Csm e della Corte Costituzionale che definire tormentate è poco. Lunghi temporeggiamenti prima, senza prendere in considerazione la pratica, a dispetto di cariche già scadute. E, dopo, votazioni infinite: un susseguirsi di fumate nere inframmezzate da un dibattito in cui - non che sia la prima volta - la logica di spartizione delle poltrone sembra prevalere su altri più nobili criteri d'elezione.
Eppure l’organo di autogoverno della magistratura e il giudice delle leggi, che i costituenti hanno previsto composti di membri di diversa estrazione a garanzia del reciproco controllo dei poteri, dovrebbero essere il luogo in cui i poteri, in quanto chiamati istituzionalmente a limitare reciprocamente le tendenze d’assolutismo di ciascuno, esprimono il più alto concetto della propria funzione e il più elevato reciproco rispetto: ne va dell’attuazione del dettato costituzionale o della sua negazione.
E, invece, in questi giorni, in cui le fumate nere sono state "giustificate" anche con le "assenze del lunedì" - come se in un momento di crisi generale fosse edificante l'immagine di parlamentari che, chiamati a votare in seduta comune, si sentono in diritto di allungare il weekend a piacimento (e lo dicono pure!) mentre Csm e Corte Costituzionale aspettano i comodi loro - ci è parso che questo rispetto istituzionale per la propria e le altrui funzioni fosse l’ultimo dei pensieri, secondario certo all’impressione di "mercato" che s’è data, alla sgradevole sensazione che nel conto dei voti (e dei veti incrociati) le appartenenze si facciano pesare nella prassi assai più delle competenze e del curriculum. Un vizio di metodo che potrà prestarsi all'occorrenza a gettare sulle decisioni, che gli organi di cui sopra di volta in volta assumeranno, sospetti di partigianerie assortite, a quel punto indipendentemente dal merito e dalla correttezza dei prescelti.
Spettacolo triste, a maggior ragione indegno di un Parlamento che, per la congiuntura storica in cui si trova, si presume chiamato a votare riforme destinate a cambiare significativamente il corso delle regole del gioco, Costituzione compresa.
Eppure l’organo di autogoverno della magistratura e il giudice delle leggi, che i costituenti hanno previsto composti di membri di diversa estrazione a garanzia del reciproco controllo dei poteri, dovrebbero essere il luogo in cui i poteri, in quanto chiamati istituzionalmente a limitare reciprocamente le tendenze d’assolutismo di ciascuno, esprimono il più alto concetto della propria funzione e il più elevato reciproco rispetto: ne va dell’attuazione del dettato costituzionale o della sua negazione.
E, invece, in questi giorni, in cui le fumate nere sono state "giustificate" anche con le "assenze del lunedì" - come se in un momento di crisi generale fosse edificante l'immagine di parlamentari che, chiamati a votare in seduta comune, si sentono in diritto di allungare il weekend a piacimento (e lo dicono pure!) mentre Csm e Corte Costituzionale aspettano i comodi loro - ci è parso che questo rispetto istituzionale per la propria e le altrui funzioni fosse l’ultimo dei pensieri, secondario certo all’impressione di "mercato" che s’è data, alla sgradevole sensazione che nel conto dei voti (e dei veti incrociati) le appartenenze si facciano pesare nella prassi assai più delle competenze e del curriculum. Un vizio di metodo che potrà prestarsi all'occorrenza a gettare sulle decisioni, che gli organi di cui sopra di volta in volta assumeranno, sospetti di partigianerie assortite, a quel punto indipendentemente dal merito e dalla correttezza dei prescelti.
Spettacolo triste, a maggior ragione indegno di un Parlamento che, per la congiuntura storica in cui si trova, si presume chiamato a votare riforme destinate a cambiare significativamente il corso delle regole del gioco, Costituzione compresa.


