Un trono altro non è che un pezzo di legno rivestito di velluto». A fare questa considerazione – stando al romanziere ottocentesco Honoré de Balzac – era nientemeno che Napoleone che di tale materia era un esperto. Eppure il potere è una chimera che affascina un po’ tutti, anche in ambito ecclesiastico, al punto tale che un poeta inglese del ’600, John Milton, arrivava a scrivere che per molti «è meglio regnare all’inferno che servire in cielo».
Questa tentazione serpeggiava anche tra i discepoli di Gesù e a farsene interprete era stata la madre di due di loro, la moglie di Zebedeo, che aveva come figli Giacomo e Giovanni. È lei – con l’anelito materno per il successo della sua prole – che s’accosta venerabonda a Gesù, il quale però la interpella subito bruscamente: «Che cosa vuoi?». La donna, forse con un po’ di imbarazzo ma senza esitazione, chiede che i suoi due amati figli nel futuro regno instaurato da Cristo abbiano i ministeri più importanti, così da assidersi ai fianchi di Gesù durante il consiglio della corona.
Stiamo da tempo raccontando i dialoghi tra Cristo e le donne e a riferirci ora questa scenetta un po’ ironica è Matteo (20,20-28), così come gli altri Vangeli sinottici di Marco e Luca. È curioso che Gesù non continui a interloquire solo con lei, ma si rivolga a tutti e tre: «Voi non sapete quello che chiedete». La dichiarazione successiva di Cristo è netta e riconosce che nel regno di Dio sarà solo il Padre celeste ad assegnare gli incarichi.
Tuttavia egli aggiunge una clausola paradossale attraverso la metafora biblica che designa la morte anche drammatica, «bere il calice», allusione alla sua prossima passione e crocifissione. I due apostoli, figli di Zebedeo, offuscati dal sogno del potere, sono convinti di poter affrontare ogni prova. Effettivamente, senza che allora essi lo immaginassero, accadrà così: Giacomo, infatti, fu messo a morte dal re Erode Agrippa nel 44, mentre di Giovanni si ricordano nella tradizione e nella leggenda varie prove e forse anche il martirio.
Tra gli altri discepoli ci fu maretta per questa spudorata candidatura. Gesù, allora, smorza ogni polemica e pronuncia quello che si può definire il codice della vera autorità cristiana. Esso è alternativo rispetto a quello che impera ancora oggi e che è spesso rappresentato da un potere autocratico, sprezzante, fin brutale ritmato dai due verbi usati da Gesù: «dominare» e «opprimere». L’autorità cristiana ha, invece, come insegna un altro verbo, «servire», per cui il primo è servo degli altri. Il modello è “esemplare” nel senso pieno del termine: «Il Figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti», cioè per l’intera umanità.




