"Gesù gridò a gran voce:
«Eloì, Eloì, lemà sabactàni...»

Alcuni dei presenti dicevano:
«Ecco chiama Elia!»"

(Marco 15, 34-35)

Sorprende un po’ questa confusione che si genera negli spettatori durante quel momento tragico della vita terrena di Gesù. Egli è lassù, sul colle detto Golgota; stanno scoccando gli ultimi istanti della sua esistenza in mezzo a noi. Egli ha provato tutta la gamma oscura della sofferenza: dalla paura della morte (cfr. Marco 14,36), all’abbandono e al tradimento dei suoi amici, nel peso della solitudine; dalle torture dei militari romani fino all’irrisione della folla.

Ora Gesù sta per precipitare nei due abissi estremi, il silenzio di Dio che non risponde alle sue invocazioni e la morte, una fine brutta secondo Marco: «Lanciando un forte urlo, spirò» (15,37). Le sue ultime parole sono un grido angosciato che l’evangelista ci riferisce nella lingua popolare di allora, l’aramaico. Si tratta dell’avvio del Salmo 22: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni», tradotto subito in greco: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Un’osservazione filologica. L’invocazione Eloì non è aramaica, come il resto della citazione, perché dovrebbe essere Elahî: forse Marco è stato trascinato dall’influsso dell’ebraico Elohîm, “Dio”.

Come hanno potuto però i presenti scambiare quelle parole gridate come un’implorazione a Elia? Questo intoppo può apparire come la traccia di una memoria storica di quei momenti convulsi. Il profeta Elia, infatti, oltre a essere considerato come il precursore redivivo del Messia (Matteo 17,10-13), secondo la tradizione giudaica era venerato come il protettore degli agonizzanti e delle persone in grave pericolo di vita. I presenti, udendo quel grido straziato di Gesù, potevano scambiare la prima parola (Eloì o Elahî o, in ebraico, Elì) come un’invocazione del profeta sulle labbra di Gesù moribondo.

Certo è che questo equivoco come, a maggior ragione, il versetto salmico rivelano la profonda e autentica “incarnazione” di Gesù, nostro fratello anche nella tragedia dell’assenza di Dio, muto davanti alla voce del sofferente. Tuttavia non si può classificare quel grido come un segno di disperazione e quasi di incredulità, perché – secondo l’uso giudaico – citare l’incipit di un testo sacro vuol dire assumerne la totalità.

E il Salmo 22 inizia con un lamento angosciato simile a un De profundis ma finisce con un inno di grazie, di gloria e di lode al Signore re, una specie di Magnificat o Te Deum. Non si spezza, quindi, nel cuore di Gesù morente il filo estremo della fiducia. Esso sarà esplicitato da Luca che registra questa estrema invocazione di Cristo, anch’essa desunta dai Salmi: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Luca 23,46; cfr. Salmo 31,6).