Questa volta gli incontri femminili di Gesù, che da tempo stiamo presentando, hanno per interlocutrici due donne piuttosto particolari, una affetta da una malattia umiliante secondo i parametri culturali e sociali di allora, e una ragazzina. Scegliamo tra i Vangeli sinottici il racconto di Marco (5,21-43), che affidiamo alla lettura diretta, considerata anche l’ampiezza e la ricchezza narrativa. I due dialoghi sono nel racconto incastrati tra loro e partono da un evento drammatico.
Un padre, capo del consiglio della sinagoga locale, un certo Giairo, si precipita da Gesù che è di passaggio con un’implorazione: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva!». Cristo accoglie l’appello e si dirige verso la residenza del personaggio, facendosi strada tra la folla incuriosita, sia per la sua presenza, sia per il caso straordinario ormai pubblico.
È in questo trasferimento verso la casa di Giairo che si apre il primo incontro femminile: protagonista è una donna affetta da perdite di sangue da ben 12 anni (la cosiddetta “emorroissa”), una sindrome tipicamente femminile, che per la normativa biblica la rendeva impura legalmente e quindi impedita alle relazioni sociali e religiose perché considerata come permanentemente mestruata (Levitico 15,25). È noto il suo proposito e il suo gesto: toccare almeno il lembo del mantello di Gesù in mezzo a tutta quella folla.
Nonostante sia circondato da molte persone, Cristo si accorge e domanda: «Chi mi ha toccato?». Col terrore in volto la donna gli «dice tutta la verità». Non si citano le sue parole ma solo la sua confessione che ha, però, una replica tenera da parte di Gesù: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male!». È a questo punto che entra in scena la seconda “figlia”, quella di Giairo, ed è da lei che ora il Maestro, coi soli tre apostoli testimoni di altri eventi principali come la Trasfigurazione, Pietro, Giovanni e Giacomo, si incammina.
Dopo aver spazzato via la falsa notizia della morte della piccola e aver ribadito che, quando c’è lui, la morte è solo un sonno da cui risorgere, Cristo entra in quella casa affollata già da parenti e amici in lamento e in lutto. Caccia tutti, e col padre e la madre entra nella stanza ove giace la ragazzina. La scena è commovente, non solo per il caso così drammatico, ma per il dialogo delicato, fatto di parole e gesti di Gesù.
Egli le prende la manina e le dice nella lingua comune di allora, l’aramaico, Talità kum, «Fanciulla, alzati!». Ed ecco che lentamente la piccola si leva dal letto e muove alcuni passi. È questa la sua risposta silenziosa e vivente alle parole di Cristo, così da costituire un dialogo implicito, fatto di tenerezza e di amore. Tra l’altro, Gesù vorrebbe che tutto rimanesse tra lei e lui.
Finissima è anche la premura finale concreta a favore della ragazzina: «Disse di darle da mangiare».




