È un gruppetto di persone che sta camminando per le città e i villaggi della Galilea. L’evangelista Luca lo segue col suo obiettivo narrativo e fissa i vari volti in una sorta di istantanea. Ecco innanzitutto i Dodici, gli apostoli; ma subito dopo, ecco a sorpresa una fila di donne, che hanno alle spalle storie personali spesso amare. Alcune di esse sono sotto una lente più forte che le identifica tra «le molte altre»: esse sono Maria Maddalena, Giovanna, moglie di Cuza, ministro delle finanze del re Erode Antipa, e Susanna (8,1-3).

Gesù, dunque, a differenza dei maestri del tempo, non esita a circondarsi di donne «che servivano con i loro beni», ma anche come una presenza non di rado significativa. È così che abbiamo deciso – a partire da questa puntata della nostra rubrica – di far scorrere una lunga lista di incontri di Cristo con varie donne, dimostrando in anticipo quanto avrebbe affermato l’apostolo Paolo ai cristiani della Galazia: «Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio né femmina; perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (3,28).

Siamo nella pianura della Galilea; alle nostre spalle si erge il Monte Tabor che la tradizione ha legato alla Trasfigurazione. Gesù sta avviandosi coi suoi discepoli verso un villaggio. Proseguiamo anche noi: il toponimo è Nain, che in ebraico evoca qualcosa di “prezioso”. Oggi il paesino è popolato da arabi musulmani, ma una minuscola cappella francescana ricorda quel passaggio di Cristo.

Egli entra ed è subito attirato da un risuonare intenso di urla e di lamenti ed è facile per lui e i suoi discepoli scoprirne la causa. Narra, infatti, Luca (7,11-17): «Veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova». Di fronte a quel dolore lacerante Gesù non riesce a trattenere l’emozione: Luca usa il verbo greco splanchnízomai, reso di solito con «essere preso a grande compassione».

In realtà, esso deriva da splánchnon che designa le viscere, il grembo materno, per cui non è tanto il cuore l’organo simbolico in questione (“misericordia”) e neppure il “patire insieme” (“compassione”), ma una vera e propria simbiosi con la sofferenza della donna, un dolore “materno”, unico per potenza che attraversa anche l’anima di Gesù. Tra l’altro ricordiamo che il verbo greco citato ricorre 12 volte nei Vangeli ed è quasi sempre attribuito a Cristo.

Il dialogo che segna questo incontro è estremamente sobrio. È solo Gesù a parlare perché la mamma disperata non ha più parole. Egli le dice semplicemente: «Non piangere!». Poi, tocca la bara quasi a entrare in quello spazio di morte e si rivolge in modo inatteso al giovane morto: «Ragazzo, dico a te, alzati!».

L’amore divino “materno” – che anche nell’Antico Testamento era espresso col vocabolo rahamîm, le “viscere” materne, il grembo – riesce a rigenerare alla vita un figlio e a far sorridere una madre.