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Essi però dubitavano"
(Matteo 28, 17)
“Prostrarsi e dubitare”: è un binomio a prima vista antitetico applicato agli Undici apostoli coinvolti in una cristofania pasquale, ossia in una solenne apparizione del Cristo risorto su un monte di Galilea. Come si può, infatti, adorare – atto tipico della fede in Dio – e al tempo stesso dubitare, vocabolo dell’incredulità?
Per una spiegazione soddisfacente, senza ricorrere ad attenuazioni bisogna riconsiderare la natura dell’esperienza pasquale.
Siamo, infatti, di fronte a un evento che ha contorni verificabili storicamente: la tomba vuota, i lini abbandonati, la testimonianza delle donne (un indubbio dato reale perché non si sarebbe mai “inventata” un’attestazione femminile, invalida giuridicamente per l’antico Vicino Oriente). Ma il nucleo intimo e profondo di tale evento trascende la storia ed è di difficile formulazione, tanto che nel Nuovo Testamento si ricorre a più espressioni lessicali e descrittive: la “risurrezione-risveglio”, l’“esaltazione-innalzarsi”, la “glorificazione”, la “vita eterna”. In questa luce si comprende che non è sufficiente, anche se necessaria, la mera verifica sperimentale e razionale. Paradossale è il caso di Maria di Magdala che scambia il Cristo risorto per il custode del giardino cemeteriale ove era stata deposta la salma di Gesù. Essa lo riconosce solo quando è chiamata per nome, in una sorta di nuova vocazione, che accende nella Maddalena gli occhi dell’anima (Giovanni 20,11-18). È, dunque, con l’esperienza di fede che la vicenda della morte di Cristo viene pienamente decifrata anche nel suo sviluppo pasquale.
Si intuisce, così, che l’incontro con il Risorto da parte degli Undici si accompagni con il dubbio. La fede non esclude l’oscurità, la fatica della ricerca, l’incertezza, l’esitazione. Per questo essi si prostrano davanti al Maestro, ma la loro fede conserva ancora il dubbio. Sarà Cristo stesso a scioglierlo con le parole solenni che rivolgerà loro e con la missione a cui li destinerà. Ai loro occhi, allora, egli appare nel suo nuovo statuto di Pantokrator, cioè di onnipotente Signore della Chiesa, dell’umanità, del tempo e dello spazio: «A me è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate, dunque, e fate discepoli tutti i popoli...» (Matteo 28,18-19).
Solo dopo questa rivelazione del Risorto potremmo trasformare lo strano binomio iniziale in un normale “si prostrarono e credettero”. Come era accaduto ai discepoli di Emmaus, i cui «occhi erano incapaci di riconoscere» Gesù che camminava con loro; ma, quando egli spezza il pane in casa, «i loro occhi si aprirono e lo riconobbero» (Luca 24,16.31).




