"Simon Pietro entrò nel sepolcro
e osservò i teli posti là e il sudario
– che era stato sul capo [di Cristo] –
non posato là con i teli, ma avvolto
in un luogo a parte".
(Giovanni 20,6-7)


«Se Cristo non è risuscitato, vana è la nostra predicazione e vana è anche la nostra fede». Le parole di san Paolo (1Corinzi 15,14) esprimono la centralità della Pasqua nella fede cristiana. Lui stesso, però, si era accorto di quanto fosse per molti un enorme masso sulla strada della conversione al cristianesimo.

Ad Atene, al termine del suo discorso all’Aeropago, era stato sbeffeggiato proprio su questo: «Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni lo deridevano, altri dicevano: “Su questo ti sentiremo un’altra volta!”» (Atti 17,32).

Non possiamo affrontare ora il tema in modo sistematico, anche perché lo stesso Nuovo Testamento offre una complessa elaborazione dell’evento, che ha componenti storiche verificabili ma il cui nucleo centrale è trascendente, e quindi richiede un diverso e ulteriore percorso di conoscenza. Per questo i Vangeli non descrivono l’atto in sé della risurrezione, presente invece negli apocrifi e che diverrà una rappresentazione tipica nell’arte cristiana, ma solo a partire dai secoli XI-XII.

Nei racconti evangelici gli elementi evocati sono successivi a quell'atto e si concretizzano attorno a tre dati: la lastra sepolcrale rovesciata con la tomba vuota, i lini che avvolgevano la salma di Gesù abbandonati e la testimonianza delle donne. Un dato quest’ultimo significativo a livello storico: mai si sarebbero “inventate” come testimoni figure “incapaci” giuridicamente di attestare un evento in modo valido come le donne nel diritto ebraico. Riguardo alla seconda componente, quella dei teli, è significativa l’esperienza dell’apostolo Pietro, secondo il racconto del quarto Vangelo da noi citato.

Prima di tutto sono evocati gli othónia, cioè i teli, le lenzuola, in pratica la “sindone” nuova e ritualmente pura, di cui parlano Matteo (27,59), Marco (15,46) e Luca (23,53). Si fa cenno anche a un “sudario”, destinato a coprire il volto, menzionato solo da Giovanni e “avvolto” a parte (il verbo greco usato, entylissein, era invece applicato in Matteo 27,59 e in Luca 23,53 alla sindone che “avvolgeva” il cadavere di Gesù).

Si tratta, quindi, del segno di un abbandono da parte di una persona che si libera dei tessuti che la coprivano e che vengono poi abbandonati. Già nel IV secolo un Padre della Chiesa, Giovanni Crisostomo osservava: «Se uno avesse rimosso il corpo di Gesù, non l’avrebbe prima spogliato, né si sarebbe preso il disturbo di rimuovere e di arrotolare il sudario, lasciandolo poi in un luogo a parte». Pietro, dunque, nota all’interno di quel sepolcro una situazione strana, non riducibile a una sottrazione di cadavere.

Per questo l’evangelista – che introduce anche la sua testimonianza attraverso l’evocazione della presenza del «discepolo che Gesù amava» – alla fine ci dice che proprio quest’altro discepolo «vide e credette: non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti» (20,8-9).