Siamo ormai abituati a vedere che, nelle occasioni ufficiali o più importanti, nell’evento stesso o sullo schermo televisivo, appaia un riquadro nel quale un interprete traduce i discorsi nel linguaggio dei segni. Anzi, in una Lectio Petri – cioè le letture bibliche commentate da me e da una figura rilevante non credente che si svolgono nella basilica di San Pietro, all’ombra della “Gloria del Bernini” – una volta abbiamo invertito questa prassi, con una sordomuta che leggeva il testo sacro coi segni, mentre una parlante lo traduceva a voce per i presenti.
Nei Vangeli Gesù incontra non di rado persone affette da questa sindrome, tant’è vero che il vocabolo greco kophós ricorre 14 volte e indica il muto ma di conseguenza anche il sordomuto, data la connessione tra le due situazioni. Nel Vangelo di Marco c’è un episodio nel quale si esplicita questo duplice stato di una persona che incontra Cristo: infatti, oltre a kophós, l’evangelista aggiunge un termine che ricorre solo questa volta in tutto il Nuovo Testamento, cioè moghílalos, letteralmente “con difficoltà a parlare”, evocando gli stenti con cui si emette qualche suono da parte del sordomuto.
Ritorniamo, però, al racconto marciano (7,31-37), ambientato durante un viaggio di Gesù in Libano, a Sidone, nell’area di Tiro, e poi nella regione della Decapoli (letteralmente “Dieci città”) a est del Lago di Tiberiade, un territorio a prevalenza pagana. Il dialogo avviene per intermediari: la gente conduce un sordomuto e chiede a suo nome che Gesù lo curi. Egli accoglie la domanda, ma esige che siano solo loro due, escludendo ogni altra presenza. A questo punto Cristo compie una sorta di gesto terapeutico simbolico: «Gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua».
Nella tradizione antica orientale si riteneva che la saliva delle persone sante avesse una particolare capacità sanatoria, come si registra anche nel caso del cieco nato: «Gesù sputò per terra, fece del fango con la saliva e spalmò il fango sugli occhi del cieco» (Giovanni 9,6). Il cuore dell’atto di Gesù è, però, la sua Parola, un imperativo nella lingua popolare di allora, l’aramaico: Effatà, «Apriti!». È l’unica componente di un dialogo che poi fluisce spontaneo da parte della persona sanata.
Infatti, l’evangelista annota: «Subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente», anche se non si riferisce il contenuto di quel dialogo. Se è vero che spesso nella Bibbia si evoca la sordità spirituale a causa dell’ottusità della coscienza (si legga, ad esempio, Isaia 42,18; 43,8), il ritorno all’ascolto è celebrato come segno dell’avvento del Messia: «Udranno in quel giorno i sordi le parole del Libro… perché si schiuderanno gli orecchi dei sordi» (Isaia 29,18; 25,5). Ricordiamo anche che nel rito del battesimo cristiano c’è il gesto detto dell’effeta, deformazione latina dell’ordine aramaico di Gesù. Il sacerdote, pronunciando una preghiera, tocca simbolicamente orecchie e labbra del bambino perché la sua vita ascolti e annunci la Parola di Dio.




