Com’è noto, sono sette le ultime frasi che Cristo pronuncia dalla croce dialogando col Padre celeste o con sua madre Maria. Tuttavia mentre sta faticosamente avanzando sotto il peso del braccio orizzontale della croce – probabilmente era già infisso sulla cima del Calvario quello verticale – si compie un inatteso incontro-dialogo. Lo collochiamo alle soglie di due date liturgiche significative, la festa dell’Esaltazione della croce e la memoria di Maria addolorata, rispettivamente il 14 e il 15 di questo mese.

I piedi di Gesù calpestano la polvere e i sassi di quella che secoli dopo sarà denominata “Via Dolorosa” e che i pellegrini ancora oggi percorrono seguendo la pratica della Via Crucis. È in una sosta di quell’estremo, lacerante viaggio di morte che avviene un incontro femminile che noi incastoniamo nella lunga sequenza di eventi analoghi che stiamo proponendo.

È il solo Luca a rievocare quest’evento (23,27-32). Certo, c’è la solita folla di curiosi attratti dall’oscuro fascino del macabro, come sono tutte le infami esecuzioni capitali che ancora oggi vergognosamente si consumano sulla faccia della terra. A distinguersi, ecco un gruppo di donne «che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui».

Anche nella tradizione giudaica cristallizzata in quell’imponente raccolta testuale che è il Talmud si menziona una sorta di confraternita della buona morte che accompagnava e assisteva i condannati a morte negli ultimi atti della loro vita.

Si trattava di donne della “borghesia” di Gerusalemme che offrivano al miserabile già ferito e sfinito bevande di sostegno o pozioni di calmanti. Gesù s’accorge di loro e del loro gesto così amorevole e intesse un discorso breve ma intenso interpellandole come «figlie di Gerusalemme». Le sue sono parole aspre perché è come se egli gettasse uno sguardo sul futuro della nazione ebraica e un po’ su tutta l’umanità. È la consapevolezza dell’irrompere di un tempo di sofferenza per cui paradossalmente saranno beate le donne sterili che non devono affidare i loro figli a un futuro amaro e disperato.

Cristo immagina che sulle loro labbra fiorisca una sorta di automaledizione e la esprime col linguaggio simbolico desunto dal profeta Osea (10,8). Le madri desolate per il futuro che incombe si rivolgeranno ai monti e ai colli implorandoli di piombare su di loro e coprirle come in un terremoto. E Gesù, alludendo ancora a simboli profetici (ad esempio, Ezechiele 21,3.8), conclude con un’immagine applicata a sé stesso e al popolo.

Egli si compara al «legno verde» che non si usa per attizzare un falò perché è inadatto: eppure, ecco che si prepara per lui il supplizio che è come un incendio. La denuncia dell’ingiustizia che si consuma nei suoi confronti è velata ma evidente. Continuando la metafora, Gesù conclude: che cosa accadrà allora al legno secco, facile preda delle fiamme, ossia ai veri colpevoli?