Una delle mie mete romane più care è la chiesa di San Luigi dei Francesi, a fianco del Senato. Mi dirigo alla quinta cappella a sinistra, la Contarelli, e sosto davanti alle tre tele che Caravaggio dedicò all’apostolo ed evangelista Matteo tra il 1599 e il 1602. Quella che non mi stanco mai di contemplare è laterale, e tutti credo l’abbiano vista almeno una volta, sia pure riprodotta. Essa, in 3,22 x 3,40 metri, rappresenta la chiamata di Gesù: Cristo, illuminato dalla luce radente di una finestra alle sue spalle, punta l’indice verso uno stupito e sconcertato Matteo seduto al banco della dogana di Cafarnao.

In quel dipinto c’è un particolare sorprendente: l’indice di Cristo è la citazione del dito del Creatore che sveglia alla vita Adamo nel celebre affresco michelangiolesco della volta della Cappella Sistina. Ebbene, vorremmo rievocare in questa puntata proprio quell’incontro che – secondo la narrazione dei tre evangelisti – è un monologo fatto di un solo imperativo. Ecco come ce lo riferisce lo stesso protagonista in una sola riga e alla terza persona: «Gesù vide un uomo chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: “Seguimi!” Ed egli si alzò e lo seguì» (9,9).

Più che un dialogo sembra un comando militare, un po’ come era accaduto a Pietro e Andrea, mentre pescavano. Gesù era passato lungo il litorale del lago di Tiberiade e aveva detto loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini. Essi lasciarono subito le reti e lo seguirono» (Matteo 4,19-20). Noi, però, vorremmo fissare la nostra attenzione sul prosieguo della storia della vocazione di Matteo, il cui secondo nome era Levi, stando almeno a Marco (2,13) e Luca (5,27). Egli, infatti, subito dopo aveva offerto un banchetto a Gesù invitando i suoi colleghi, i cosiddetti “pubblicani” (in greco telónes), ossia gli esattori dei diritti di dogana e di pedaggio, appaltati dal potere romano di occupazione o vari governanti locali.

Si comprende come costoro costituissero una classe disprezzata dai cittadini e spesso a ragione per la loro gestione dell’incarico, non di rado subappaltato, tant’è vero che nei Vangeli essi sono appaiati a prostitute e peccatori. Ma ritorniamo nella sala del banchetto: è là che segnaliamo un incontro-scontro tra Cristo e un gruppo di farisei, piuttosto indignati perché egli aveva accettato di stare in cattiva compagnia. Nella sequenza dei nostri quadri dedicati ai dialoghi di Gesù con varie persone abbiamo escluso quelli coi gruppi soprattutto di farisei, sadducei e altre fazioni giudaiche di allora.

Questa volta, però, facciamo un’eccezione perché in realtà al centro c’è un uomo, il pubblicano Matteo. Il confronto è netto e non necessita di commento. I farisei con ironia: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». E Gesù, citando un proverbio popolare e una frase a lui cara del profeta Osea (6,6), delineando il suo programma, replica: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate e imparate che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Matteo 9,12-13).