Giuditta, che abbiamo introdotto la settimana scorsa, era una vedova ma, a causa del suo statuto sociale alto, incarnava il modello della donna autonoma e civilmente protagonista. Questa, però, non era la regola nell’antica società (ma non solo...), tant’è vero che uno dei titoli del Signore era «padre degli orfani e difensore delle vedove» (Salmo 68,6). Questa espressione ha una dimensione giuridica: il marito, infatti, era il go’el, cioè il tutore e difensore di sua moglie in una cultura a matrice maschile. In caso di morte la vedova, come l’orfano o lo straniero, era priva di tutela e si poteva appellare solo a Dio (cfr. Salmo 146,9).

Per questo nel codice di leggi dell’Esodo, posto all’ombra del Sinai e quindi dell’avallo divino, si era introdotto un comma esplicito: «Non maltratterai la vedova o l’orfano. Se tu li maltratti, quando invocherà da me l’aiuto, io darò ascolto al suo grido, la mia ira si accenderà e vi farò morire di spada, le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani» (Esodo 22,21-23, ove è evidente la legge del contrappasso). La tradizione biblica riconosceva la possibilità della vedova di convolare a nuove nozze e san Paolo lo ribadirà (1Corinzi 7,8-9).

A questo proposito è interessante entrare nelle cosiddette “Lettere pastorali” paoline. Qui incontriamo una specie di statuto per le vedove cristiane, in particolare in un passo della Prima Lettera a Timoteo (5,3-16). Tre sono le fisionomie che entrano in scena. Ci sono innanzitutto le vedove «veramente tali», cioè sole al mondo, senza figli e nipoti, persone da “onorare”, cioè da curare e sostenere economicamente da parte della comunità ecclesiale (5,3-8). Si ricordi il problema delle vedove cristiane di lingua greca trascurate dalla Chiesa di Gerusalemme, al cui sostegno vengono dedicati i cosiddetti sette “diaconi” (Atti 6,1-6).

Ci sono, poi, le vedove giovani a cui Paolo consiglia le seconde nozze (5,11-15). Infine si presentano alcune vedove, iscritte a un “catalogo”, un albo ufficiale, da impegnare nelle attività caritative della Chiesa. Esse costituivano una vera e propria corporazione con una propria missione e un regolamento che le rendeva un’anticipazione delle attuali suore. Lo storico Eusebio di Cesarea attesta che, attorno all’anno 250, le vedove nell’elenco della Chiesa di Roma erano almeno 1.500! Leggiamo, dunque, il profilo che l’Apostolo traccia in questo suo scritto “pastorale”.

«Una vedova sia iscritta nel catalogo delle vedove almeno a sessant’anni [per Platone era l’età della vecchiaia], sia stata sposata una sola volta, abbia dato testimonianza di buona condotta, abbia cioè allevato i figli, praticato l’ospitalità, lavato i piedi ai santi [è il rito dell’antica ospitalità nei confronti dei fratelli nella fede cristiana], sia venuta in soccorso degli afflitti, abbia esercitato ogni opera di bene» (5,9-10). È un programma che potrebbe essere adottato e adattato per le nostre Chiese, così da valorizzare un tesoro di esperienza e di carità presente nelle vedove e, perché no?, anche nei vedovi.