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"Una generazione malvagia e adultera pretende un segno!
Non le sarà dato alcun segno,
se non il segno di Giona"
(Matteo 16,4)
Non le sarà dato alcun segno,
se non il segno di Giona"
(Matteo 16,4)
È la seconda volta nel Vangelo di Matteo che Gesù tira in ballo questo strano profeta la cui vicenda è narrata in un delizioso libretto, simile a una parabola esemplare. In esso il protagonista Giona, in ebraico “colomba”, si rivela come un falco, cioè il rappresentante di un giudaismo integralistico che non ammette possibilità di salvezza per gli altri popoli.
E, invece, è inviato da Dio a predicare la conversione proprio alla tradizionale nemica di Israele, Ninive, capitale degli Assiri. Il racconto, venato di ironia, è pieno di colpi di scena e ha un picco di drammaticità nella meschina caduta del profeta tra le fauci di un grosso cetaceo.
Proprio da questa scena, diventata celebre nell’arte cristiana e forse ripresa anche dal Pinocchio di Collodi, Gesù aveva tratto un simbolo autobiografico, il “segno di Giona”, così spiegato nel precedente cap. 12 di Matteo: «Come Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra» (12,40).
Il “segno” è, dunque, desunto non dal repertorio dei miracoli che Cristo opera, ma dalla Bibbia. Dietro il velo simbolico, Gesù allude allo sbocco finale della sua esistenza terrena. Esso comprenderà un precipitare nel grembo oscuro della morte, ma alla fine – come Giona che fu “vomitato” dal grosso pesce sulla spiaggia – si aprirà per Cristo la luce della Pasqua e del trionfo sulla morte. L’indicazione «tre giorni e tre notti» è più simbolica che cronologica: la locuzione stereotipata usata nel libro di Giona (2,1) per la permanenza del profeta nel ventre del pesce denota un lasso di tempo definito e compatto.
La formula diverrà comune per indicare la risurrezione di Gesù “il terzo giorno” (1 Corinzi 15,4), un modo approssimativo per definire l’intervallo tra la morte e la risurrezione, anche se nell’uso semitico le porzioni limitate di un giorno sono computate come un’unità.
Gesù applica in modo esplicito il “segno di Giona” a sé stesso: «Nel giorno del giudizio, quelli di Ninive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco qui vi è uno più grande di Giona!» (Matteo 12,41). Con stupore amaro, infatti, il profeta aveva assistito alla conversione dei Niniviti, «grandi e piccoli» (vedi Giona 3,5-10), scossi dalla sua parola. Gesù argomenta a fortiori: se un popolo pagano e crudele si è pentito ascoltando la voce di un predicatore renitente e poco convinto, perché la generazione presente fatta di ebrei, eredi dell’elezione divina, non si converte ascoltando una voce così alta com’è quella messianica di Cristo?




