Siamo sul litorale del Lago di Tiberiade. Il Risorto con alcuni suoi discepoli, ritornati alla professione di pescatori, ha consumato un pasto a base di pesce appena pescato. Poi sposta lo sguardo su Pietro e inizia con lui un dialogo che ben s’adatta alla giornata liturgica del 29 giugno ora a lui dedicata. L’episodio è incastonato in un’ultima pagina aggiunta al quarto Vangelo (21,15-19) ed è diventata celebre perché considerata come la cancellazione del triplice rinnegamento dell’apostolo nel cortile del palazzo del sommo sacerdote (Matteo 26,69 -75).

Il dialogo è ben sceneggiato da Giovanni: l’attenzione di coloro che riescono a leggere il greco è legata però a una curiosa variante verbale affidata a due termini dal valore affine, ma non identico, che costituiscono il nerbo del confronto. Da un lato, c’è il verbo agapán, “amare”, usato soprattutto da Gesù, e dall’altro lato philéin, “voler bene”, sulle labbra di Pietro. Ecco il dialogo. Gesù: «Simone di Giovanni, mi ami…?». Pietro: «Signore, tu sai che ti voglio bene». Gesù: «Simone di Giovanni mi ami?». Pietro: «Certo, Signore, tu sai che ti voglio bene».

Infine, per la terza volta anche Gesù si accontenta del verbo “minore”: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene?». Alcuni esegeti ritengono questa alternanza una variazione di stile, così come nel greco di questo racconto si usano termini diversi per indicare il gregge: «agnelli» e «pecore», e il «pascolare» e «pascere». Si può, però, pensare che l’evangelista abbia voluto sottolineare la consapevolezza del limite da parte di Pietro. Il suo amore, infatti, era stato debole nella notte del tradimento e ora egli confessa con tristezza di riuscire solo a dire di «voler bene» (philéin) a Cristo e non ancora di amarlo (agapán) totalmente.

È ciò che, però, farà con il suo martirio adombrato dalle ulteriori parole di Gesù che gli ricorda il suo futuro di vecchio che «tende le mani, un altro lo veste e lo porta dove lui non vuole». L’evangelista commenta: «Questo disse Gesù per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio». La tradizione assegnerà pure a Pietro la crocifissione come per il suo Signore, anche se capovolto. A questo punto proponiamo una digressione artistica.

In Vaticano nella Cappella Paolina (dal nome del papa Paolo III), adiacente alla Sistina, Michelangelo ha lasciato tra il 1545 e il 1550 uno dei suoi ultimi capolavori. È appunto un affresco con la crocifissione di Pietro la cui figura, non ancora inchiodata (i chiodi sono un’aggiunta posteriore), impressiona per il volto duro, corrucciato, quasi irato che fissa lo spettatore con occhi ardenti, mentre il corpo posto di traverso sembra uscire dall’affresco e stendersi all’esterno. Michelangelo vuole fissare il momento cosciente antecedente al martirio. Quando gli elettori del nuovo Papa passano dalla Paolina nella Sistina, sono ammoniti da quel volto: il ministero petrino non è una carica di potere ma una missione sofferta e severa, aperta anche al sacrificio si sé.