«Noè, coltivatore della terra, cominciò a piantare una vigna. Avendo bevuto il vino, si ubriacò e giacque scoperto all’interno della sua tenda». Abbiamo rievocato questa vicenda del cap. 9 della Genesi non tanto per il tema, diffuso in tutte le culture mediterranee, del vino, un elemento di sua natura ambiguo, capace di «allietare il cuore dell’uomo» (Salmo 104,15), ma anche causa di degenerazione (si legga l’ironico quadretto di Proverbi 23,29-35).

Fisseremo, invece, l’attenzione sul prosieguo del racconto. Si osserva che «Cam, padre di Canaan, [uno dei tre figli di Noè: Sem, Cam, Iafet] vide la nudità di suo padre e raccontò la cosa ai due fratelli che stavano fuori» della tenda ove il padre ubriaco giaceva nudo (9,22). Probabilmente si vuole condannare la mancanza di rispetto di Cam nei confronti del capofamiglia. La Genesi ha mostrato finora l’incrinarsi, col peccato, delle relazioni tra uomo e donna nella coppia, tra fratello e fratello (Caino e Abele) e tra uomo e Dio.

Ora viene colpita un’altra relazione fondamentale, quella tra figlio e padre, una relazione-cardine all’interno della struttura sociale, tant’è vero che è protetta anche da un comandamento del Decalogo, accompagnato da una benedizione: «Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nella terra che ti dà il Signore tuo Dio» (Esodo 20,12). Il rapporto inter-generazionale è un tema vivo nelle culture di tutti i tempi. Pensiamo ai molti consigli del libro dei Proverbi ove si mette in scena il padre-maestro nei confronti del figlio-discepolo. È un argomento che ha provocato esiti letterari anche moderni: un esempio è il romanzo Padri e figli (1862) dello scrittore russo Ivan S. Turgenev, nel quale si rappresenta tutta la complessità e la drammaticità di una simile relazione che non è meramente genetica ma anche sociale, psicologica, spirituale.

Per questo si dovrebbe rimandare a quanto ha ricostruito attorno a questo legame la psicoanalisi con i vari “complessi” freudiani; e nella memoria di molti è presente il libro parzialmente autobiografico di Gavino Ledda Padre padrone (1975), trasformato in un efficace film dai fratelli Taviani nel 1977. Si delinea, allora, una questione delicata e complessa che si è acutizzata ai giorni nostri nella cosiddetta “generazione senza padri” e nella generazione di figli ribelli. A tutto questo si unisce la situazione dell’anziano, della sua crisi fisica, del suo isolamento sociale, della sua devastazione spirituale, un po’ come accade nella scena di Noè e dei suoi figli.

A questo proposito concludiamo con un dato: Sem e Iafet si comportano diversamente ricoprendo il padre senza guardarne la nudità, quindi rispettando la sua persona nonostante il degrado. Cam è l’unico a essere condannato soprattutto per la menzione di Canaan, suo figlio: agli occhi degli Ebrei Canaan era la popolazione indigena della Terrasanta a loro ostile. Quindi non c’è solo un giudizio morale, ma anche un aspetto di autodifesa e di polemica religiosa contro l’idolatria praticata da quel popolo.