Nonostante sia incastonato nel racconto della Passione di Cristo, questo dialogo estremo è avvolto da una luce pasquale. Siamo sulla cima di quell’altura detta Golgota, ove Gesù è crocifisso, e accanto a lui stanno rantolando per l’asfissia due altri condannati. Il linguaggio popolare li ha chiamati “ladroni”; in realtà il greco dell’evangelista Luca, l’unico a rievocare questo episodio (23,39-43), parla di kakourgoí, letteralmente “malfattori”. Probabilmente si trattava di ribelli antiromani, denominati “zeloti”, per il loro ardore nei confronti della liberazione dall’oppressione imperiale, e bollati da romani come sicarii, a causa della sica, il corto pugnale col quale compivano i loro attentati.

Mentre uno dei due si abbandona a escandescenze e a ironie verso Gesù concrocifisso: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!», l’altro lo rimprovera con un’appassionata difesa dell’innocenza di Gesù. È a questo punto che scatta un dialogo di due sole battute tra lui e Cristo, compagni nella pena capitale. Il condannato per probabili ragioni politiche si rivolge a Gesù pronunciando il suo nome e con un’invocazione semplice ma intensa in cui traspare un anelito di salvezza: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno!».

Cristo risponde con una frase brevissima, scandita però dall’avvio solenne dei discorsi che proclamava in vita: «In verità ti dico: oggi con me sarai nel paradiso» (in greco una decina di parole, compresi gli articoli). Parlavamo di una sorta di alone pasquale che avvolge questo colloquio così “minimo”, eppure emozionante. Infatti il termine fondamentale è parádeisos, la meta ultima del giusto oltre la morte. Si tratta di un vocabolo di matrice iranica, trasformato nell’ebraico pardes. A sorpresa nella Bibbia è raro perché ricorre solo sei volte, tre nell’Antico e tre nel Nuovo Testamento.

Il suo significato primario è quello di un giardino fiorito o di un parco. Così, nel libro biblico di Neemia si cita un certo «Asaf, guardiano del pardes reale», cioè del parco del re di Persia (2,8). Qohelet, rivestendosi idealmente dei panni del re Salomone, afferma di essersi allestito «giardini e parchi (pardes), piantandovi alberi da frutto di ogni specie» (2,5). L’innamorato del Cantico dei cantici celebra la bellezza della sua donna comparandola a «un paradiso di melagrane» (4,13). È, a partire da Luca, che l’immagine diventa simbolica e spirituale. Così, anche san Paolo confessa di aver vissuto un’esperienza mistica, «rapito in paradiso» (2Corinzi 12,4).

Infine, il Cristo dell’Apocalisse alla Chiesa di Efeso promette che «al vincitore darò da mangiare dell’albero della vita, che sta nel paradiso di Dio» (2,7). È curioso notare che nella Genesi quello che noi denominiamo come “paradiso terrestre” è, invece, semplicemente chiamato gan, “giardino”. Le parole di Gesù al malfattore col termine “paradiso” aprono a tutti, giusti o pentiti, l’altra faccia della vita rispetto a quella che è rivolta ora verso di noi. È un messaggio di speranza pasquale che negli affreschi delle catacombe romane veniva raffigurato attraverso due battenti di una porta che si spalancavano su un mirabile giardino fiorito, appunto, il paradiso.