Come osservava un noto teologo canadese, René Latourelle (1918-2017), che fu anche mio maestro tanti anni fa quando ero alunno della Università Gregoriana di Roma, «il Vangelo senza i miracoli sarebbe come l’Amleto di Shakespeare senza il principe». L’antica concezione tendeva a esaltare il prodigio; dobbiamo, invece, riconoscere che l’attenzione costante di Gesù si rivolgeva semplicemente alla cura dei malati. Tra costoro spiccano spesso le donne che s’affidano a Cristo quasi senza invocazioni, ma presentando la loro sofferenza, che è una sorta di parola di carne.
Nella serie degli incontri femminili di Gesù che stiamo descrivendo quasi come in un filmato dalle molte scene, questa volta scegliamo un evento particolare narrato da Luca (13,10-17). Nella sinagoga di un villaggio non nominato c’è una donna che trascina da ben 18 anni una sindrome fastidiosa: «Era curva e non riusciva in alcun modo a stare ritta»; la frase greca può essere resa anche così: «Non poteva alzare completamente la testa».
Gesù non aspetta neppure che lei lo invochi ma precede ogni sua attesa, la chiama e le dice: «Donna, sei liberata dalla tua malattia!». Le impone le mani (Cristo sceglie sempre gesti semplici, non da taumaturgo o mago), ed essa si erge «glorificando Dio». A questo punto c’è una coda velenosa che diventa un secondo vero e proprio dialogo con un altro personaggio. Costui è il capo della sinagoga, custode rigido e frigido della norma rituale che non conosce il primato della compassione e dell’amore.
Egli non osa rivolgersi direttamente a Cristo, ma protesta con la folla perché si è accalcata il giorno di sabato a cercare una guarigione e ipocritamente suggerisce di usare i giorni feriali per quello che egli considera quasi una visita medica, quindi un lavoro professionale inammissibile durante il riposo sacrale del sabato. È evidente la trasformazione gretta di un atto d’amore in un esercizio terapeutico medico.
Sappiamo che Gesù è benevolo verso tutti i peccati ma non sopporta l’ipocrisia altezzosa e le sue parole sono come una freccia puntata al cuore di quel vizio che non conosce né umanità né resipiscenze. Egli ricorda che si fa eccezione di sabato per gli animali che possono essere sfamati e abbeverati. E allora, a maggior ragione, perché una persona sofferente «non deve essere liberata dal legame (col suo male) in un giorno di sabato?».
A margine, sottolineiamo che i Vangeli usano – oltre a vocaboli minori – due termini significativi per designare i miracoli di Cristo: essi sono per 119 volte dýnamis, cioè atti di potenza che sconfiggono il male e non gesti spettacolari (in greco thaumásia, “meraviglie”, o parádoxa, “realtà stupefacente”); per 77 volte sono seméia, “segni”, che rimandano a un significato superiore trascendente che va oltre il mero atto fisico della guarigione.




