"Non date le cose sante
ai cani e non gettate
le vostre perle davanti ai porci".
(Matteo 7,6)


Questo detto piuttosto aspro di Gesù prosegue in crescendo: «Perché non le calpestino [le cose sante e le perle] con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi». È probabile che Cristo adotti e adatti un proverbio popolare che ha come base tematica la “purità” rituale.

Come è noto, la legislazione biblica comprendeva una serie di norme destinate a tutelare sia l’area sacrale, sia le persone e le realtà liturgiche, sia il comportamento anche alimentare dei fedeli. Si leggano, ad esempio, le pagine legali presenti nei capitoli 11-16 del libro del Levitico. Nelle parole di Gesù, tra l’altro, appaiono due animali tradizionalmente “impuri”, il cane e il porco. Anzi, “cane” era divenuto la metafora con cui si bollavano i sacerdoti dei culti cananei della fertilità, “prostituti sacri” perché avevano commercio sessuale coi fedeli, idealmente per trasmettere loro la fecondità del dio Baal.

Inoltre la locuzione “cose sante” (in greco si ha solo hághion, cioè “il santo/sacro” al neutro) potrebbe riferirsi alle carni delle vittime immolate nel tempio che venivano destinate, oltre che ai sacerdoti, parzialmente anche ai fedeli nel cosiddetto “sacrificio di comunione” (Levitico 7,14-15). A questo punto possiamo decifrare il significato simbolico inteso da Gesù. Egli non si preoccupa tanto dell’osservanza di qualche norma di “purità” rituale, anche perché spesso è rimproverato per la sua libertà al riguardo, un’attitudine considerata scandalosa: si pensi al riposo sabbatico da lui violato con le guarigioni miracolose o l’accesso a tavola senza il rito di purificazione di mani e stoviglie o la condivisione del cibo con figure di dubbia fama e di cattiva compagnia.

Qual è, allora, il messaggio che vuole lanciare? Gesù afferma che la dottrina santa e preziosa del Vangelo può cadere in mano a persone che ne abusano, la deformano e la rigettano. Ma chi sono costoro? A prima vista si può pensare agli scribi e ai farisei ipocriti e a tutti coloro che si oppongono al messaggio del Regno di Dio nei cui confronti è vano attendersi comprensione per valori così alti e profondi. Riconosciuto questo aspetto polemico, non bisogna però ignorare un altro profilo per noi un po' sconcertante. Non si deve dimenticare che il cuore del cristianesimo è nell’Incarnazione, ossia nel vincolo stretto che in Gesù il Padre divino ha con la concretezza storica e con l’umanità.

Ora, l’ebraismo culturale e religioso a cui Cristo umanamente apparteneva considerava impuri come i cani i gojîm, i pagani. Gesù risponde in prima battuta alla donna siro-fenicia che gli chiede la guarigione della figlia con questa frase: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini»
(Matteo 15,26). In entrambi i passi si potrebbe, dunque, riflettere la prima fase storica della missione di Gesù e dei suoi discepoli destinata solo a Israele: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani, rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa di Israele» (Matteo 10,5-6).