«Non credo nel diavolo ma è proprio quello che il diavolo spera: che non creda in lui». Così lo scrittore francese agnostico André Gide (1869-1951), a cui farà eco il nostro Giovanni Papini che ironizzava: «L’ultima astuzia del diavolo fu quella di spargere la voce della sua morte». Ebbene, la liturgia della prima domenica di Quaresima propone il puntuto scontro dialogico tra Gesù e Satana (Matteo 4,1-11).
Ora, nei Vangeli è frequente questo incontro tra Cristo e il demonio che parla attraverso la voce di persone sconvolte e travolte da quella presenza misteriosa.
Avremo, perciò, occasione di descrivere questi strani incroci, tenendo però conto di un dato interpretativo che ci invita a ridimensionare il numero notevole di tali eventi. Nell’antico Vicino Oriente, infatti, non esisteva una netta distinzione tra male fisico e morale: così, in molti casi malattia e peccato andavano di concerto, nella convinzione che ogni colpa può essere punita da Dio proprio attraverso una prova fisica.
Bisogna, quindi, vagliare di volta in volta i racconti “satanici” evangelici. Certo, non si esclude che un disordine morale (si pensi alla droga) possa avere ridondanze nella corporeità, ma si deve essere sempre cauti nel giudizio quando si è di fronte a un sofferente, come ricordava ripetutamente Giobbe ai suoi amici teologi, convinto com’era della sua innocenza e quindi dell’indecifrabilità del suo male. Questa volta noi proporremo un caso piuttosto chiaro di possessione diabolica, mentre in altre occasioni introdurremo vicende più ambigue, come nell’indemoniato folle di Gerasa (Marco 5,1-20) o nell’epilettico ai piedi del monte della Trasfigurazione (Marco 9,14-29).
Sappiamo che il centro nodale della predicazione di Cristo in Galilea è stata la città di Cafarnao, sede del transito della strada che conduceva in Siria. Essa si affacciava sul Lago di Tiberiade, accanto al luogo in cui il Giordano entra in quel lago posto a 212 metri sotto il livello del mare. I pellegrini possono ancora oggi ricostruire l’importanza di quella città attraverso le rovine archeologiche messe in luce dai Francescani che hanno edificato anche un santuario sull’area della casa dell’apostolo Pietro.
Ebbene, uno dei monumenti rilevanti sono i resti imponenti di una sinagoga del III-IV sec. d.C. In quest’area sorgeva un’altra sinagoga più antica che fa da ambientazione all’episodio descritto da Marco (1,21-26). Gesù sta insegnando e con l’autorevolezza e la potenza della sua parola riesce a conquistare l’auditorio. All’improvviso ecco un urlo che esce da un fedele fino ad allora silenzioso e quieto. È un’interpellanza diretta e provocatoria che esce dalla sua bocca ed è rivolta a Cristo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei, il santo di Dio!». Senza gesti clamorosi Gesù, con un solo comando efficace, chiude il confronto con Satana, liberando la sua vittima: «Taci! Esci da quest’uomo!».



