Sono solo due battute, eppure quel dialogo sarà fondamentale nella vita di Gesù, perché segnerà una svolta rispetto al suo passato di artigiano in un villaggio periferico della Galilea, Nazaret.
Possiamo immaginare che, quasi con un colpo di teatro, egli venga fatto salire su una ribalta davanti a una piccola folla di spettatori. A presentarlo è una sorta di profeta, sia per le sue parole tonanti e roventi, incisive e decisive, sia per la figura scavata, abbigliata con un tessuto di peli di cammello e una cintura di pelle.
Siamo probabilmente sulla sponda orientale del fiume Giordano, ove da qualche anno sorge un santuario destinato proprio a commemorare l’evento che stiamo descrivendo. In passato la memoria era celebrata sull’altra riva, quella israeliana; l’episodio vale però per il suo contenuto che ha una forte carica simbolica. Tutti sanno che di scena è Giovanni Battista che aveva introdotto un atto rituale, quello della purificazione nelle acque del fiume, un gesto catartico perché accompagnato dalla confessione dei peccati.
Alcuni studiosi pensano che il Battista abbia adottato un simile rito – per altro presente anche in tante religioni – in seguito a un suo “noviziato” nella comunità spirituale di Qumran, un centro sulla costa nord-occidentale del Mar Morto, celebre per i manoscritti scoperti nelle grotte circostanti a partire dal 1947. Si trattava di testi salvati da questi “monaci” ebrei durante l’invasione delle legioni romane dopo il crollo di Gerusalemme nel 70 d.C. In quell’area sono state scoperte varie cisterne e piscine che testimoniamo proprio quel rito purificatorio.
Ma la nostra attenzione va al dialogo tra i due, Gesù e Giovanni. Il primo era confuso tra la folla, pronto a immergersi nel Giordano. Il Battista lo punta quasi con un indice e dichiara con intensità una frase sorprendente, carica di grande umiltà, tenendo conto della sua grande fama davanti a tutti: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Gesù con prontezza gli replica: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia» (Matteo 3,14-15).
La parola “giustizia” nella Bibbia è assegnata innanzitutto a Dio e il suo significato primario rimanda al piano di salvezza che il Signore vuole attuare e che Gesù è venuto a testimoniare. È per questo che si era inserito in mezzo alla folla che incarnava l’umanità coi suoi peccati, come dirà fortemente san Paolo: «Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio» (2Corinzi 5,21).
Noi ci fermiamo a questo breve colloquio, ma tutti gli evangelisti fanno calare il sipario solo dopo una clamorosa epifania celeste nella quale si introduce una terza voce, quella divina: «Questo è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il compiacimento» (3,17).


