Dal gruppo dei farisei – la corrente del giudaismo più aperta, anche se spesso in polemica con Gesù più per ragioni di osservanze rituali e legali che non per la visione religiosa – si fa avanti un loro intellettuale, un nomikós, ossia un dottore della legge, per interpellare Cristo. È uno dei dialoghi tematicamente più alti che ancora una volta, come in altri casi, si trasforma in un monologo di Gesù. È ciò che si scopre leggendo la versione dell’episodio da parte di Matteo (22,34-40).
Diversa è, invece, la relazione di Marco (12,28-35) a cui ora noi ci riferiamo: si mostra, così, l’opera di redazione personale che ogni evangelista conduce riguardo alle memorie di Gesù e su Gesù. Qui di scena è uno scriba, equivalente al dottore della legge, e la sua domanda tocca un nodo classico della teologia giudaica, il primato da assegnare alla valanga dei precetti contenuti nella Legge biblica: con acribia i maestri rabbinici ne avevano elencati ben 613. La questione aperta riguardava la loro classificazione gerarchica, qui le varie scuole si dividevano con scelte spesso inattese che ponevano, ad esempio, al primo posto una norma cultuale nell’abbigliamento sacro.
La risposta di Gesù è famosa e ricorre innanzitutto alla professione di fede quotidiana dell’ebreo osservante, lo Shema‘ Jisra’el. Queste parole ebraiche significano: «Ascolta, Israele». La continuazione è ben nota: «Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza». Rispetto all’originale biblico del Deuteronomio (6,4-5), Cristo aggiunge anche la «mente», una componente forse suggerita dall’orizzonte del suo tempo in cui la civiltà greca aveva allargato la sua influenza.
Anche la ragione, infatti, alimenta l’amore e dev’essere associata alla fede perché entrambe sono «come le due ali» che ci conducono nel cielo della verità e della contemplazione (l’immagine è dell’enciclica Fides et ratio di san Giovanni Paolo II). A questo punto, però, nella gerarchia dei precetti Gesù ne aggiunge un secondo, tratto dal libro del Levitico (19,18): «Amerai il tuo prossimo come te stesso». E commenta, unificando i due testi: «Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Il dialogo, in modo inatteso, prosegue con un’aggiunta significativa in Marco rispetto a Matteo. Lo scriba loda il Maestro per la sua risposta e, da discepolo che ha appreso la lezione, ne ripete il contenuto aggiungendo un’appendice certamente cara anche a Gesù: amare Dio e il prossimo «vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». È, in pratica, il succo del messaggio profetico espresso, ad esempio, da una frase di Osea, cara anche a Cristo che la citerà due volte nei suoi discorsi: «Amore io voglio e non il sacrificio» (6,6).
Il sipario cala su questo incontro-dialogo con un’ultima frase di Gesù. È un chiaro elogio della spiritualità e della sapienza di questo scriba che ha ben compreso il cuore dell’annuncio biblico e dello stesso Cristo: «Non sei lontano dal regno di Dio!».




