Il vocabolo “apparizione” ai nostri giorni è forse poco felice perché sotto questo termine si classificano emozioni spirituali varie, visioni non di rado ingannevoli, magie, fenomeni parapsicologici, sedute spiritiche e così via. In verità, per quanto riguarda il Cristo risorto il linguaggio neotestamentario ricorre solo al verbo “vedere”: Gesù «fu visto» in una serie di incontri, tre privati, cioè con singole persone, e cinque con la comunità dei discepoli, sullo sfondo di Gerusalemme o della Galilea.

Considerato il periodo pasquale che stiamo vivendo, abbiamo pensato di proporre nella nostra rubrica alcune di esse. Ora scegliamo un incontro a prima vista un po’ imbarazzante che riguarda gli apostoli e che è ampiamente narrato da Luca nella sua ultima pagina (24,36-49). Il dialogo è in realtà un monologo del Risorto di fronte ai discepoli, «sconvolti e pieni di paura perché credevano di vedere un fantasma». Cristo vuole smentire proprio quel concetto di apparizione a cui sopra accennavamo e lo fa in modo un po’ sconcertante.

Per comprenderlo si deve ricordare che nella cultura dell’antico Vicino Oriente la persona non ha un corpo, ma è un corpo, compattato con la spiritualità e interiorità. Esso non è un’appendice pesante e carnale come si riteneva nella concezione classica greca (il corpo “tomba” dell’anima). Cristo deve dimostrare ai suoi discepoli che non è una visione, un loro sogno, appunto «un fantasma». La sua realtà, pur trasfigurata nella Risurrezione e immersa nell’eternità divina, non perde la sua identità di Gesù di Nazaret.

Ecco, allora, il suo ricorso al corpo col gesto del cibarsi: «Avete qui qualcosa da mangiare? Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro». Egli supera, così, il loro stupore e l’incredulità e inizia una vera lezione teologica, dopo aver mostrato loro mani e piedi, reiterando il gesto rivolto all’apostolo dubbioso Tommaso. Abbiamo parlato di un monologo che ha, però, un riscontro negli uditori attraverso le loro reazioni, e alla fine nella loro gioia e nell’ascolto.

Le parole di Cristo ribadiscono il legame della sua opera con l’intera storia della salvezza, da Mosè, ai profeti, ai Salmi. Esse sono, quindi, un’interpretazione cristologica delle Sacre Scritture. Egli passa, poi, all’evento capitale di cui sono testimoni: la Risurrezione, la cui continuità sarà segnata dal dono dello Spirito Santo. Da lì si apre il tempo della Chiesa con «la predicazione a tutti i popoli della conversione e del perdono dei peccati». L’incontro si trasforma, quindi, in un annuncio che i discepoli dovranno far correre attraverso i secoli.

Ribadiamo il rilievo rigoroso del corpo che per il semita non è solo fisicità, ma segno della personalità. Come nei tanti incontri di Gesù che narreremo nella nostra rubrica e che si baseranno spesso sul contatto con corpi malati, il racconto di Luca, a prima vista sorprendente, vuole sottolineare in questo modo l’“oggettività” della fede pasquale. Essa non sboccia da una sensazione soggettiva, ma è indotta da una presenza esterna, trascendente eppure reale. Così reale ed efficace da mutare radicalmente la vita di uomini esitanti e dubbiosi e persino l’esistenza di un avversario deciso come Paolo di Tarso.