L’ apostolo Pietro è citato 154 volte nel Nuovo Testamento, altre 27 appare col suo nome originario Simone, 9 volte con l’aramaico Kefa, “pietra/Pietro”. È, quindi, il personaggio più citato per nome dopo Gesù. Secondo Paolo è il primo testimone ufficiale del Cristo Risorto che «apparve a Kefa e poi ai Dodici» (1Corinzi 15,5). Com’è noto, il 29 di questo mese si celebrerà la sua solennità in connessione con l’altra figura capitale del cristianesimo delle origini, Paolo. Noi dedicheremo tutte le puntate di giugno proprio agli incontri principali tra lui e il Cristo.
Fondamentale per lui e per la Chiesa è stato quello avvenuto nella regione di Cesarea di Filippo, alle sorgenti del Giordano, in Alta Galilea. È Matteo a narrarcelo in una pagina celebre (16,13-20). Essa si apre con un interrogativo che Gesù fa serpeggiare tra i suoi uditori e che giunge fino a noi: «Voi, chi dite che io sia?», rispetto alle varie voci della gente di allora. Pietro risponde con una vera e propria confessione di fede: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
La replica di Gesù è decisiva e trasfigura radicalmente, a partire dal nome, l’esistenza e la missione dell’apostolo. Tre sono i simboli che reggono le parole di Cristo. Innanzitutto la pietra o roccia che nell’aramaico kefa’ si trasforma in un nome personale, grecizzato in Pétros. Dalla pietra basilare di fondazione sulla quale si erge la casa ideale della Chiesa si passa al secondo simbolo, le chiavi che incarnano l’autorità su una casa, una città, un regno. È un potere delegato, come appare in un caso parallelo riguardante Eliakim, un ministro dell’antico Israele secondo il profeta Isaia a cui rimandiamo il nostro lettore (22,20-23). Nell’Apocalisse è Cristo stesso «colui che ha la chiave di Davide: quando egli apre nessuno chiude, quando chiude nessuno apre» (3,7).
Ecco, allora, il terzo simbolo che esplicita il potere delegato delle chiavi, legare e sciogliere. L’immagine, nota nella tradizione giudaica, è di taglio giuridico e designa la missione di giudicare e di perdonare i peccati, come Cristo ripeterà anche per gli altri apostoli: «Tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo» (Matteo 16,19). A questo punto, però, il dialogo tra Pietro e Gesù ha una svolta inattesa (16,21-23).
Cristo, infatti, rivela per la prima volta (lo farà tre volte) come si compirà la sua missione di Messia Salvatore: non nel trionfo storico, ma nella umiliazione di una morte infame, aperta però a un approdo glorioso trascendente. Pietro ascolta sconcertato e reagisce protestando: «Signore, questo non ti accadrà mai!». Alla confessione di fede con cui Pietro aveva inaugurato l’incontro-dialogo con Gesù, subentra la sconfessione dell’Apostolo da parte di Cristo che lo definisce non più «beato», come prima, ma un «Satana», cioè un “avversario” tentatore.
Contrariamente all’opinione popolare, che nella formula della versione latina Vade retro vede un rigetto di Pietro da parte di Gesù, quella frase significa letteralmente il contrario: «Va’ dietro a me!», ossia ritorna a essere ancora discepolo alla sequela del Maestro anche sulla via della croce.


