Ben lontano da ogni misoginia che infettava la cultura patriarcale di allora (ma non solo, come attestano le cronache odierne), Gesù non esita a incontrare e a dialogare con le donne ascoltando le loro storie con simpatia e sintonia, nel senso originario di questi due termini. Nella sequenza di incontri femminili che stiamo presentando, ora è di scena un evento divenuto giustamente celebre per la sua potenza evocativa. Stiamo parlando della donna adultera: essa è al centro, umiliata e sbeffeggiata da un gruppo di maschi in uno spazio del cortile del tempio di Gerusalemme.
Il racconto è incastonato – un po’ fuori contesto – nel Vangelo di Giovanni (8,1-11). Tuttavia, alcuni esegeti, anche a causa del fatto che è omesso in molti manoscritti, in versioni antiche del quarto Vangelo e in diversi Padri della Chiesa, ipotizzano che esso debba essere piuttosto attribuito a Luca, lo scriba mansuetudinis Christi, come lo definiva Dante, il cantore dell’amore misericordioso di Gesù. Infatti la frase iniziale, «al mattino si recò nel tempio e tutto il popolo andava da lui», la si ritrova in Luca allo stesso modo (21,38) e potrebbe fare da cornice il racconto ora in Giovanni.
Ma lasciamo a parte questa nota storico-critica e seguiamo un vero e proprio capolavoro narrativo, umano e teologico che ha al centro una testimonianza indiscutibile del Gesù storico col suo costante atteggiamento verso peccatori ed emarginati. Proprio poche righe dopo, egli affermava: «Io non giudico nessuno» (8,15). Due sono gli atteggiamenti nei confronti di questa donna.
Da un lato, c’è l’ufficialità frigida e rigida delle autorità, scribi e farisei, negatori di ogni perdono, desiderosi solo di far brillare lo splendore immacolato della loro superiorità morale, ansiosi anche di attirare in un tranello giuridico Gesù: perdonando avrebbe violato il diritto ebraico sull’adulterio e sulla pena della lapidazione (Deuteronomio 22,22-24).
D’altro lato, ecco Cristo silenzioso che «scrive per terra»: è l’unica volta nei Vangeli in cui si evoca la sua capacità scrittoria (nella cultura semitica dominava l’oralità e al massimo la lettura). È un gesto difficilmente interpretabile: Geremia affermava che «sulla terra verrà scritto chi abbandona il Signore» (17,13).
All’improvviso, però, Gesù squarcia il silenzio e la sua frase è come una spada che colpisce ogni ipocrisia: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei».
Fiorisce, così, nella solitudine dei due, il dialogo tra Gesù e la donna. Sono frasi brevi ma decisive. Gesù: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Lei: «Nessuno, Signore». Gesù: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». Lapidario il commento di sant’Agostino: Relicti sunt duo: misera et misericordia, sono alla fine rimasti solo in due: la donna misera e la misericordia divina.




