Sono 15.416 parole greche, suddivise in 879 versetti e 21 capitoli: questo è statisticamente il Vangelo di Giovanni che usa un vocabolario di 1.011 termini diversi, molti dei quali originali. Si pensi che nel 1991 uno studioso ha elencato ben 153 caratteri specifici di questo che è l’ultimo degli scritti evangelici. Esso è stato certamente frutto di più redazioni tant’è vero che – come è noto – si hanno due finali: la prima in 20,30-31, mentre la seconda suggella un capitolo aggiunto, il 21 (vv. 24-25), a cui noi ora attingiamo.

Selezioniamo la prima parte di un racconto di apparizione del Risorto che noi, per evitare letture visionarie o magiche, preferiamo chiamare “incontro”, nello spirito anche della nostra rubrica di dialoghi di Gesù con uomini e donne. La narrazione – che è da leggere integralmente nei versetti 1-14 – ha come fondale il Lago di Tiberiade, lo scenario della prima predicazione di Gesù. Là sono ritornati, dopo la morte del loro Maestro, gli apostoli continuando l’esercizio della loro professione di pescatori. Sono anche elencati: Simon Pietro, Tommaso, Natanaele, Giacomo e Giovanni e due discepoli innominati.

È l’alba e sulla riva del lago c’è un uomo che essi, a prima vista, non riconoscono. Sappiamo già che questa sorprendente “cecità” fa parte del rapporto col Risorto: per scoprire la sua identità nuova e trascendente è necessario un altro sguardo, quello della fede. Il dialogo è semplice: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?» – «No!» – «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». Ed ecco una pesca miracolosa, come quella narrata in passato da Luca (5,1-11), che vede anche allora come interlocutore di Gesù proprio Simon Pietro.

Il pescato è sorprendente e l’evangelista ne annota minuziosamente la quantità: 153 grossi pesci. Il numero, forse frutto di una memoria storica, ha però stimolato le interpretazioni simboliche, anche nello spirito del quarto Vangelo. La cifra è triangolare e ha per base il 17, che assomma due numeri emblematici, il 10 che indica la moltitudine e il 7 che designa la pienezza totale. Nello stile dei computi allegorici dell’antichità si vorrebbe forse evocare il numero imponente dei discepoli futuri di Gesù.

Pietro, a questo punto, ha un’illuminazione: «È il Signore!», e si precipita dalla barca a nuoto verso la spiaggia ove Cristo sta iniziando a cucinare per loro, ponendo sulla brace qualche pesce e il pane. Le sue parole sono quasi domestiche: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora», e poi, «Venite a mangiare!». Il dialogo è implicito perché i discepoli sono allibiti e costernati, tant’è vero che «Nessuno osava domandargli: Chi sei?». Ormai sapevano bene che era il Risorto e la loro emozione era forte fino a renderli muti.

È bellissima la rappresentazione finale fatta solo di gesti quotidiani che rendono questo incontro molto familiare, al di là del suo valore eccezionale: «Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce». Come aveva detto nell’ultima sera della sua vita terrena, nel Cenacolo: «Io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Luca 22,27).