Gesù incontra gli stranieri: potremmo intitolare così questa puntata della nostra rassegna dei dialoghi che Cristo intesse con le più diverse persone. Prevalentemente, però, i suoi interlocutori sono donne (molte) e uomini ebrei; tuttavia, come vedremo in futuro, non esiterà ad ascoltare alcune donne appartenenti a etnie differenti, come la Samaritana e la madre siro-fenicia. Di scena sono ora alcuni Greci: Héllen è un termine che ricorre ben 25 volte nel Nuovo Testamento, da non confondere con Hellenistés che rimanda invece agli ebrei della diaspora di lingua greca. Siamo alle soglie dell’ultima Pasqua di Gesù ed egli è ospite dei suoi amici di Betania, i tre fratelli Lazzaro, Marta e Maria. Ogni giorno percorre a piedi i 15 stadi (più di 2 km e mezzo) che lo separano da Gerusalemme. Un mattino, mentre si intrattiene con la folla che popola il tempio per le festività pasquali, avviene l’incontro a cui accennavamo. È l’evangelista Giovanni a narrarlo: «Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci…» (12,20-33).

Si tratta, quindi, non di ebrei grecofoni ma di stranieri che erano simpatizzanti del monoteismo giudaico e di certe pratiche mosaiche. Negli Atti degli apostoli a più riprese sono denominati «timorati di Dio»: tra costoro citiamo il centurione romano Cornelio, che sarà convertito al cristianesimo da san Pietro (10,2). Quegli stranieri (la lingua greca era quasi l’inglese di allora) desiderano incontrare Gesù e si rivolgono a Filippo, il discepolo di Betsaida, città della Galilea confinante con una regione a prevalenza pagana, la Decapoli.

Era, perciò, probabile che masticasse un po’ il greco, come tra l’altro indicava anche il suo nome tipicamente ellenico (“amante di cavalli”) e quindi egli comprende la richiesta: «Signore, vogliamo vedere Gesù». Si rivolge, allora, al collega Andrea, pure lui di Betsaidae dal nome greco (“il virile”). Entrambi presentano quegli stranieri a Gesù. E qui avviene un fatto strano. Più che intessere un dialogo con loro, Cristo inizia un monologo a voce alta, così che anche la folla lo possa ascoltare. Il testo è molto denso e parte subito con due termini tipicamente giovannei per designare l’evento della morte e Risurrezione di Gesù, l’«ora» e la «glorificazione». Questa duplice componente è illustrata con un’immagine di grande impatto, il chicco di grano che deve marcire, quindi morire, nella terra perché cresca in spiga producendo molto frutto. A questa dichiarazione segue un intenso e potente discorso dalle molte sfaccettature che lasciamo alla vostra lettura nel quarto Vangelo.

Noi sottolineiamo solo una confessione personale di Gesù dal taglio salmico: «Adesso l’anima mia è turbata». Un’angoscia che sembra anticipare l’esperienza oscura del Getsemani, anche attraverso l’invocazione «Padre, salvami da quest’ora», domanda che però Cristo subito esclude. Infatti, con forza, davanti a quegli stranieri e alla folla egli proclama: «Proprio per questo sono giunto a quest’ora!». A viso aperto, di fronte a tutti, egli si avvia alla sua «ora», la meta finale della sua esistenza terrena che è però anche l’inaugurazione della sua «glorificazione» pasquale.