La scena tratta da Genesi ci presenta la creazione dell’umano. Il soffio divino è principio di vita per colui che è stato plasmato dalla terra. L’Adam abbisogna però di un ambiente adatto: perciò Dio, da scultore passa a fare il giardiniere, allestendo così un giardino lussureggiante. In mezzo c’è l’albero della vita; e poi c’è anche quello della conoscenza del bene e del male. Il giardino viene donato all’umano, affinché lo coltivi – letteralmente lo serva, come si dice della liturgia – e lo custodisca - letteralmente lo osservi, come si dice della Parola di Dio e del suo comandamento. La creazione chiede dunque di essere servita e osservata perché è segno della cura sollecita del Creatore. Essa vale come un tempio, e silenziosamente parla come la rivelazione (Salmo 19). Per realizzare questo atteggiamento l’umano deve conservare la memoria del dono: ha potuto mangiare quasi tutto, albero della vita compreso.
Deve tuttavia accettare un limite: di un albero non potrà mangiare. Quasi tutto, ma non tutto. Detto per evitarci l’esperienza mortificante del fallimento, giacché Dio vuole la vita e non la morte, questo interdetto è inteso quasi che, se non posso mangiare il frutto proibito, tutto il resto sia niente.
E perché mai Dio lo avrebbe vietato? Lo suggerirà il serpente, e gli crederemo senza neppure discutere. Vuole impedirci di crescere, di diventare come Lui? In realtà, pensando così, regrediamo a infanti, giacché questo è il meccanismo che scatta nei piccoli davanti al divieto dei grandi, tipicamente i genitori.
Il racconto di Eden ci dice, desolato, che fraintendiamo da sempre le intenzioni del Creatore. E la storia urla quali siano le conseguenze quando l’umano non accetti di porre un limite alla sua voracità. Da Genesi ad Apocalisse, lungo tutta la narrazione biblica, Dio si è impegnato a chiederci di cambiare la pessima idea che continuiamo a farci di Lui, la quale tra l’altro ci impedisce di lasciarci amare. Ci rivela che ciò che pensiamo spontaneamente, in realtà è opera di un cattivo maestro.
La seconda lettura parla della caduta in questa trappola, dalla quale ci ha liberati la grazia in Gesù e nello Spirito. Siamo stati perdonati, e in questo perdono si è manifestata la giustizia di Dio che non si è rassegnato, non si rassegna mai, a perderci. Siamo stati salvati gratuitamente, senza alcun merito, per non essere abbandonati all’esperienza della morte prima ancora di morire. Questa è l’esperienza della salvezza.
Il Vangelo lo dice senza ambiguità: il Padre ha mandato il Figlio e lo Spirito per amore, per salvarci, non per condannarci. Chi non entra nello spazio aperto da questo amore, è destinato a non uscire dalla rappresentazione diabolica di Dio come minaccia, condanna, punizione. Parole e opere di Gesù ci hanno rivelato questo, eppure è stata come una luce nelle tenebre, dove le tenebre non l’hanno accolta. Siamo sempre a rischio di preferire le tenebre. Perché? La luce illumina tutto, il bello e il brutto di noi. Pur di non vedere ciò che in noi è brutto, preferiamo restare al buio.




