La prima lettura racconta, sconsolata, il tragico epilogo che porta alla distruzione e all’esilio. Fa sempre impressione ascoltare il racconto di avvenimenti che rotolano verso il disastro. Sembra la parabola dei vignaioli omicidi che Gesù racconterà nel tempio di Gerusalemme: l’ostinazione nel male da parte dei capi non viene piegata né dalle minacce, né dalle esortazioni, entrambe originate dalla compassione di Dio per il suo popolo. Male chiama male, inesorabilmente. Non ascoltare i profeti, anzi beffarsene, disprezzarli e schernirli, porta alla catastrofe. E quando tutto questo accade, è inevitabile il rammarico. Allora, eccoci a dire: Geremia aveva ragione. Il profeta di Anatot non desiderava di certo avere ragione; così come l’ultima cosa che Dio avrebbe voluto vedere era il suo popolo condotto in schiavitù. Tuttavia, accade ciò che facciamo di tutto per far accadere, e fino all’ultimo ci illudiamo che i messaggeri che ci mettono in guardia siano soltanto dei guastafeste.
Paolo scrivendo ai Romani è assai chiaro: non sarà l’elezione a salvare, né il dono della rivelazione. Piuttosto a salvare sarà l’aver messo tutto in pratica. Un’osservanza senza cuore, senza coscienza e senza opere non giustifica. Questa affermazione non ridimensiona certo né l’elezione, né la rivelazione. Semmai dovrebbe intensificare il senso di responsabilità in chi ha ricevuto così tanto. In ogni caso, anche chi è rimasto finora escluso, adesso può avere accesso alla giustizia, cioè al bene e alla salvezza.
Amici del Dio della vita sono tutti coloro che agiscono per amore della vita altrui. Allora non c’è più alcun giudizio su ciò che è bene e ciò che invece è male? Al contrario, che sia la Legge a fare da riferimento o la propria coscienza, nessuno può essere certo della salvezza, ma neppure della rovina. A tutti, dentro e fuori il popolo di Dio, è chiesto di rispondere dei beni ricevuti e di condividerli con chi è stato meno fortunato. Affinché nessuno, per quanto sia oppresso dal male, maledica il giorno della sua nascita. Per la Bibbia è questa l’unica, vera giustizia.
Ormai si sta consumando la rottura tra Gesù e i capi di Israele, che coinvolgerà anche il popolo. Gesù mette in guardia però tutti dal rimanere incatenati alle proprie convinzioni sbagliate: se e quando Dio si rivela, avrà pur il diritto di farlo in una maniera almeno un poco inattesa, cioè secondo parole e gesti che non si inquadrano subito nei nostri schemi? Che non succeda di restare lì, indecisi, sia davanti alla gioia che alla tristezza, sia davanti allo scontroso asceta Giovanni che all’accogliente e disponibile Gesù. Peggio ancora, guai a chi pensasse, essendo dentro ai confini di Israele: cosa mai potrebbe capitare di male? Pensavano così anche ai tempi di Geremia, e abbiamo visto cosa è successo. Piuttosto, guardiamo e ascoltiamo, cerchiamo di vedere e comprendere che anche qui, oggi, il Dio che salva è all’opera. Meglio se ciò si dà in maniera diversa da quanto ci immaginavamo dovesse accadere: sarà il segno che non si tratta di una nostra invenzione.




