La memoria dell’uscita del popolo schiavo liberato dall’oppressione del Faraone, nella Bibbia è dolorosamente punteggiata da reazioni pusillanimi. Non c’è voluto molto, anzi è bastato poco e legato alla “pancia” (mangiare, bere), ed ecco che il cammino nel deserto fece sorgere rimpianti per quello che avevano lasciato in Egitto. La tentazione di tornare indietro, il rammarico per ciò che non si ha più, l’impossibilità di continuare a delegare la propria responsabilità al padrone di turno… tutto ciò torna continuamente a metterci alla prova. Tutte le volte che essere liberi ci costa qualcosa, ecco che preferiremmo subito non esserlo. In questo clima di sfiducia, dice il libro dei Numeri, perfino la fede di Mosè ed Aronne fu talmente scossa che si incrinò. Dio aveva comandato di «parlare alla roccia» affinché desse acqua da bere, ma ad essi parve troppo poco – soltanto parole… – e così aggiunsero anche due colpi di bastone. Sebbene la fiducia dimostrata fosse tanto misera, Dio non negò l’acqua a chi pativa la sete. Chi soffre ha diritto al lamento. Dio, a differenza di noi, non ne è infastidito.

Era stato proprio il grido raccolto da Dio, ed elevato dal popolo schiavo, a mettere in moto la liberazione (cf. Esodo 2,23-25). Si trattava però di chi era oppresso. Lamentarsi della libertà è invece infantile, atteggiamento di chi non vuole crescere. San Paolo direbbe: di chi non vuole masticare cibi solidi e vorrebbe sempre e solo latte. Non così la creazione stessa, che geme per i limiti in cui vive e muore, attendendo la liberazione. Ecco, dice Paolo ai Romani, Dio ascolta e restituisce speranza. Il suo Spirito intercede, difende in noi la giusta attesa, esorta a resistere, non permette che ripieghiamo sul cinismo o che dismettiamo l’impegno. Anzi, ci fa crescere.

In fondo la fede è questo: continuare a vivere la vita con speranza, fiducia e amore, anche quando è messa in questione dalla mancanza e dal male. È incantevole che il “primo” segno di Gesù nel Vangelo di Giovanni, primo non solo cronologicamente ma forse emblema (proto-tipo) di tutti gli altri, nasca da una preoccupazione materna che ai figli in festa non venga a mancare il vino. Il vino non è certo necessario come l’acqua, ma è occasione di gioia, e in certi momenti – uno dei quali è senz’altro la festa di matrimonio – è indispensabile a radicare il nostro vivere nella gratitudine. Per questo essere grati è ringraziare non solo per quello che si è ricevuto di volta in volta, ma molto di più per il dono di vivere. Gesù adempie la richiesta e alla fine il direttore del banchetto ringrazierà lo sposo, e il giovane non saprà a chi dire grazie se non a tutti gli invitati e all’amore che ha fatto la sua irruzione nella vita sua e di sua moglie. La cura rimane nascosta nelle pieghe della vita. Sapranno che l’origine è il Padre grazie al Figlio, ma lo sapranno soltanto la madre, i servi e i discepoli. Perché non rendere pubblica l’opera? Per non distogliere l’attenzione dallo spettacolo vero: due che si amano e che condividono la loro gioia grata con molti altri. Questo è lo stile divino!