Dopo la lapidazione di Stefano, che Luca racconta nel capitolo settimo degli Atti, la persecuzione verso coloro che tenevano viva la memoria di Gesù scoppia violenta in tutta Gerusalemme, con Saulo a fare da protagonista. I membri della prima Chiesa fuggono in tutte le regioni della Giudea e della Samaria, ma la dispersione prende una piega provvidenziale, dando la possibilità di annunciare il Vangelo su più ampia scala.

 

Filippo, in particolare, si trova a predicare in Samaria, incontrando accoglienza e suscitando conversioni al punto da far giungere da Gerusalemme Pietro e Giovanni per supportarlo nei battesimi e nell’imposizione delle mani. Tornati gli apostoli a Gerusalemme, ecco che Filippo viene spinto da un messaggero del Signore a rimettersi in viaggio, come appunto ascoltiamo nella prima lettura della liturgia di questa prima domenica dopo la Dedicazione. Dirigendosi verso Sud, incontra un uomo che Luca rapidamente ma e cacemente dipinge: è un africano della Nubia, personaggio di alto rango della corte di Candace, adoratore del Dio di Israele e a ascinato dai testi profetici. Non è dato sapere se fosse un ebreo o un pagano convertito, resta il fatto che il suo rapporto personale con il Dio di Israele doveva essere molto forte se aveva compiuto un viaggio di mesi per salire al Tempio.

 

Sono numerose le profezie isaiane che chiamano in causa le nazioni africane – in particolare modo Egitto ed Etiopia – per annunciare l’allargamento della salvezza promessa a Israele, ma c’è un episodio di Geremia che getta una luce particolare sul nostro nubiano. Quando il profeta viene gettato nella cisterna melmosa dai suoi avversari, è un eunuco etiope ad andare dal re Sedecia (Geremia 38,7) a chiedere e ottenere salvezza per il profeta. Un nubiano che mostra attenzione per un «servo so erente» del Signore, quale era il profeta, proprio come l’eunuco che sul suo carro legge un passo del carme del Servo soff erente di Isaia. L’uomo che Filippo incontra è un cercatore di Dio che intuisce il sentiero privilegiato per incontrarlo ma non possiede le chiavi per entrare nel mistero. Con una dinamica che richiama evidentemente l’episodio dei due di Emmaus, Filippo gli apre gli occhi o rendogli Gesù come criterio di lettura e compimento di ogni profezia, per poi scomparire nel momento dell’illuminazione, lasciando l’eunuco alla sua gioia e al suo ritorno a casa.

 

Nella lettura evangelica tratta dal finale di Marco, vediamo l’origine di quanto narrato da Luca: l’espandersi del Vangelo è un movimento che accade in continuità con l’annuncio di Gesù e su mandato del Risorto. La storia ci insegna che non è certo un percorso lineare o senza accidenti quello che la Parola di Gesù è costretta a seguire. Ma il seme gettato ha una forza di espansione che va ben oltre la volontà e la disponibilità dei singoli discepoli, la loro apertura e la loro capacità di comprendere le vie dello Spirito. E, spesso, proprio gli ostacoli incontrati si tramutano in trampolini per fare balzi in avanti verso territori inesplorati.