Un malinteso duro a morire è quello secondo il quale i personaggi dei racconti biblici sono perfetti. È vero piuttosto il contrario. Uomini e donne, con difetti a volte assai evidenti, diventano – non nonostante, ma proprio per questa loro limitatezza – il luogo della rivelazione di Dio. Cosa si nasconde dietro la nostra resistenza, che legge nelle vicende bibliche storie di santi e sante? Resistiamo per farcene un alibi, perché pensiamo che mettendo questi personaggi sul piedistallo ciò che è accaduto ad essi non potrà certo accadere a noi.
Quello che ha chiesto ad Abramo, visto quanto è stato grande, Dio non lo chiederà di certo a me. E qual è allora l’intenzione della narrazione biblica? Dio ha scelto persone simili a noi – qualche volta perfino peggiori di noi – per assicurarci che quello che ha chiesto loro e che essi hanno fatto è alla nostra portata. Lo vediamo subito all’inizio della storia di Abramo e di Sara. La famiglia allargata di Abramo è problematica: un padre padrone “prende” suo figlio Abramo e la moglie Sara, il nipote Lot e migra verso ovest. Siccome ha in mente il futuro del clan, ha chiamato il suo primogenito ed erede “padre innalzato” (Ab-ram) e ha lasciato a Ur il secondogenito. Stupisce, se le cose stanno così, che la voce di un Dio straniero che vuole la liberazione di Abramo chieda prima di tutto di lasciare un simile padre? Certo, con il padre lascerà anche la sicurezza rappresentata dall’identità e dai beni, dovrà fare esperienza di essere straniero.
Tuttavia, in ciò che la voce dice e che traduciamo «vattene» c’è una promessa, che alla lettera suona così: «Va’ a te stesso, via dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre». L’abbandono di ciò che è noto, la sua uscita per andare verso l’ignoto, farà di Abramo ciò che non è ancora: esempio di fede perché troverà sé stesso portando ovunque la divina benedizione. La Lettera agli Ebrei riprende la figura di Abramo come paradigma della fede anche per noi che siamo nel cammino dietro a Gesù. Abramo si è affidato, e questo ha fatto di lui, come fa di noi l’affidamento al Vangelo di Gesù, il primo di molti «stranieri e pellegrini». Il brano evangelico fissa questa caratteristica di Gesù e di coloro che lo seguivano: erano itineranti, senza casa e senza parenti, «stranieri e pellegrini» appunto. A chi vuole seguirlo Gesù chiede di abbandonare ciò che lo identifica, per assumere la nuova identità che andrà facendosi lungo il cammino, man mano che conosceranno il Maestro e chi lo ha inviato. Questa scelta di Gesù, e dei discepoli, ha un senso preciso nel compito di testimoniare il volto del Padre. Chi accetta di essere “straniero” e di entrare a far parte di una “famiglia” nella quale la parentela non dipende dall’etnia e però è più forte di essa, si mette nella condizione di chiedere l’ospitalità. Ora, chi è ospite, non è padrone. Ecco, il segno primo e fondamentale da porre nella storia è allora questo: noi siamo narratori di un Dio che quando arriva in un posto, non fa mai il padrone, ma chiede piuttosto di essere ospitato nella nostra vita.


