La parola profetica di Isaia rappresenta il classico ribaltamento delle sorti, tema reso celebre per noi dal Magnificat, il cantico di Maria in Luca. Il criterio che farà degli oppressi gente liberata sarà di essere trovati nella condizione di «servi del Signore», ovvero persone capaci di aver intrattenuto con Dio, nonostante tutte le contrarietà e le sofferenze, quella buona relazione che la Bibbia chiama alleanza. Come si vede, si tratta della fede che resiste di fronte alla potenza del male, fede che è la forza di non soccombere all’apparente invincibilità del negativo. Certo, un simile orizzonte di bene richiederà una nuova creazione.

Questa creazione che viviamo è stata corrotta dal male a tal punto da non poter essere davvero il luogo della felicità senza un radicale rinnovamento. Il profeta ci autorizza a sperare fino a questo punto. Allora faremo esperienza che tutte le sofferenze sono passate, non ci sono più, e la gioia sarà per sempre. Ecco però arrivare la rivelazione del motivo profondo di questa nuova creazione, che è poi la giustizia divina: Dio darà gioia perché anch’egli possa gioire con noi. Ciò significa che finché ci sarà sofferenza sulla terra, anche lui vivrà nella tristezza. Non c’è forse immagine più chiara per dire l’amore di Dio: un legame di alleanza che lo vincola alla nostra condizione, a soffrire con chi piange e ad esultare con chi gioisce.

Come tuttavia vivere il frattempo, cioè la nostra storia tesa tra l’origine buona e la destinazione salvifica? Detto altrimenti: di cosa si sostanziano la nostra testimonianza e resistenza qui e ora? L’epistola invita a una scelta di campo: scegliere di essere figli e figlie, nella luce di Dio fatta di bontà, giustizia, verità. La luce, in sé, non si vede. La si percepisce quando vediamo le cose del mondo illuminate e le esistenze umane rinate. L’apostolo ci chiede di essere quella luce, di fare da tramite della luce divina per molti, di essere testimoni del Risorto affinché i troppi, piegati dalle anticipazioni della morte, possano finalmente, già adesso, rialzare la testa e sperare di nuovo.

Ecco allora il Vangelo a ricordarci quale sia il segno sotto il quale vivere il nostro frattempo:responsabilità per altri fatta di cura e, se si può, di guarigione. Gesù sta predicando e guarendo, e qualcuno dice in giro che è Giovanni Battista risuscitato. Erode, che l’ha fatto uccidere, è disorientato.

Mentre è in atto un dibattito su di lui, Gesù continua la sua opera accogliendo gli apostoli tornati dalla missione. Se ne prende cura e vorrebbe per loro qualche momento di ritiro e di riposo. Ma i bisogni e le sofferenze che segnano la condizione umana – in ogni tempo, purtroppo, e fino ad oggi – non concedono tregua: chi cerca Gesù e la sua guarigione, deve poterlo trovare, e deve poter trovare anche noi con Lui. Come ebbe a dire santa Teresa di Lisieux, «riposeremo quando tutto e tutti saranno nella pace e nella gioia». Siccome non era ingenua e sapeva come va il mondo, aggiungeva la consapevolezza di dover vivere anche un bel pezzo della sua vita eterna a fare del bene sulla terra.