Siamo alla domenica di risurrezione. Il dramma del Venerdì Santo è alle nostre spalle, non nel senso però che sia archiviato o superato: rimane, deve rimanere, come passaggio decisivo per la rivelazione dello stile divino. Quello stile, come Gesù ha insegnato nel Vangelo, che i discepoli devono assumere per essere collaboratori di Dio nell’annuncio della salvezza. Eccoci dunque all’incontro, protratto per quaranta giorni, tra il Risorto e i suoi. Sembra una specie di corso di recupero intensivo e in presenza sul tema fondamentale che già era al centro del vangelo: il regno di Dio, cioè quella situazione nella quale le nostre relazioni possono finalmente fiorire, grazie allo Spirito, nella fratellanza e sorellanza dei pari. Alla fine del corso, come è giusto che sia, c’è l’esame, ma non viene superato. Gesù ha parlato del regno di Dio, gli alunni chiedono se è adesso che il Maestro «ricostituirà il regno per Israele» (Atti 1,6). Sperano che, superata la crisi (la croce), ora venga il momento della riscossa: Gesù prenderà il potere, ristabilendo così una rassicurante gerarchia, Israele diventerà grande, e noi avremo la nostra parte di grandezza. Sì, ci promette, avremo parte, ma alla testimonianza. Grazie allo Spirito potremo annunciare quel Gesù che agli occhi del mondo ha perso, ma che agli occhi di Dio salva il mondo. Gli apostoli dovranno camminare e convertirsi, ancora e ancora. Questo ci consola. Se perfino loro hanno fatto tanta fatica a capire, la nostra lentezza non dovrebbe meravigliarci.

San Paolo ci parla della sua esperienza del Risorto. Mette in chiaro che senza questa esperienza non c’è autentica fede e dunque vera esistenza cristiana, né ci può essere apostolato, missione, testimonianza al mondo della novità del Vangelo. Se siamo qui, tutti noi abbiamo incontrato il Risorto. Non sappiamo come, dove, eppure siamo abitati dalla persuasione della sua presenza e dalla gioia di una vita rinnovata. Ecco, questa è l’esperienza del Risorto. Maria di Magdala piange sconsolata sulla tomba di un Maestro che non c’è più. I suoi resti, sui quali “fare memoria” di ciò che è stato per lei, sono spariti. Rimane il vuoto oscuro di una tomba aperta. O meglio: vede due angeli, ma questo non la scuote. Senza Gesù, nulla ha più senso. Tuttavia, può almeno confessare cosa vorrebbe, cioè ritrovare il corpo dell’amato. Si volta e vede “qualcuno”, che ripete la domanda degli angeli aggiungendo: «Chi cerchi?». Maria vuole riavere il suo Gesù. Ed egli la chiama, per nome, in quel modo che, ora capisce, era solo suo. Si volta di nuovo, è il verbo della conversione, e lo riconosce dalla voce, dalla maniera con la quale le dice: «Tu sei la mia Maria». Questa esperienza è per tutti, è disponibile per sempre nelle parole evangeliche: che non parlano solo di me, ma vogliono parlare a me! Quando scatta questo riconoscimento, la vita cambia ed è Pasqua! C’è un abbraccio, e poi l’invio: va’ a dire quello che hai visto e ascoltato, che cioè non mi perderete più, mai più. Io vivo e voi vivrete. Saremo insieme presso il Padre, fratelli e sorelle, tutti.

Luca Moscatelli