Elia, profeta tutto d’un pezzo. La sua vicenda con Dio, con il re Acab e sua moglie Gezabele è il cammino esemplare della conversione: non del re o della regina, che non si convertono; neanche del popolo che tentenna. Piuttosto è la conversione del profeta e dell’idea sbagliata che si è fatto dell’agire divino. Ha cercato di riaffermare le prerogative di Dio nel modo che gli è parso più facile: con la forza, la minaccia, la paura. Eppure, dopo la vittoria violenta contro i profeti delle divinità cananee, eccolo timoroso, deluso, addirittura depresso. Ha compreso che non ha vinto e attribuisce il fallimento al fatto che non è migliore dei suoi padri. Chiede di morire. Chi credeva di essere? Ma soprattutto: chi credeva che fosse il Dio di Israele? Ai profeti che ha sconfitto ha ricordato senza pietà e con scherno che il loro dio non parla, e meno che mai agisce. E adesso? Dio tace e lui si sente abbandonato in balìa dei suoi nemici. È il Dio che si impone, come un vento di tempesta, un terremoto, o un fuoco devastante? No, è il Dio che si rivela nella «voce di un silenzio sottile».
Al Dio che, sollecito, gli chiede cosa ci faccia alla sua presenza, il profeta ricorda che è rimasto solo, unico, indifeso. Si sentirà dire che ce ne sono migliaia. Non li ha visti? Ma se Dio parla nel silenzio e ripudia effetti speciali, allora questa esperienza può essere per tutti. Ciò che fu prerogativa di Mosè, e che Elia cercava come privilegio anche per sé, ora è per tutti e di tutti. Sempre che, ovviamente, lo vogliano.
Paolo confessa che una spina lo tormenta, e lo umilia. Non dice cosa sia, ma reputa questa esperienza uno schiaffo. Lui che avrebbe potuto montare in superbia per la grandezza dei doni ricevuti, eccolo ringraziare per questa umiliazione che gli impedisce di cadere nel peggiore dei peccati, la superbia spirituale, cioè pensare di essere unico, superiore, a posto. Come può uno così, però, annunciare il Vangelo? Ecco allora che chiede per tre volte – è il Getsemani di Paolo – di essere liberato dalla spina, reso perfetto. Così potrà annunciare il Vangelo senza ombre. Ma poi comprende: la buona notizia non è forse la misericordia? E come potrebbe annunciarla senza averla ricevuta e senza aver bisogno di riceverla continuamente?
Questa, dice il brano evangelico, è la testimonianza che siamo chiamati a dare: non parlare di noi stessi, magnificando quanto siamo bravi e coraggiosi; piuttosto raccontare Gesù, la sua bellezza, il dono che ha fatto di sé per amore. Testimone è colui che, chiamato in giudizio, giura di dire il vero. È a servizio della verità, non di sé. Per questo indica altro da sé, un Altro. Come ha fatto il Maestro che desidera raccontare, accusato non accusa, oppresso, non si vendica. Non prepara prima la sua difesa. Così fa esperienza che qualcuno, nel bisogno, gli mette le parole giuste sulle labbra. Se prepari prima la tua difesa, vivi pensando di essere circondato da nemici. Ti difenderai a suo tempo. Intanto, l’unico cerchio che desideri costruire è quello dove tutti siamo fratelli e sorelle. Anche i nemici.




