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grieving soldier in the cemetery visiting his mother after a long time.
La morte: il nostro dies natalis in Cielo
Parlare della morte non è facile. E parlare dei nostri morti lo è ancora meno, perché la morte tocca una delle esperienze più profonde e misteriose della vita e pone domande alle quali la ragione, da sola, non riesce a dare risposta. Per questo la Chiesa oggi non ci invita a cancellare il dolore, ma a guardare la morte con gli occhi della fede, lasciandoci illuminare dalla promessa di Dio.
La I lettura (Giobbe 19,1.23-27) ci presenta un uomo che conosce profondamente la sofferenza e che, dentro la prova, trova la forza di dire: «Io so che il mio redentore è vivo». Giobbe non ha compreso tutto, non ha la spiegazione al dolore; ma sa che, al di là della sofferenza e della morte, c’è qualcuno che rimane, qualcuno che vive e che non abbandona l’uomo. La fede nasce spesso proprio qui: non dalla pretesa di comprendere il mistero, ma dalla fiducia in Colui che attraversa con noi il mistero.
È questa la prospettiva in cui il Vangelo (Giovanni 6,37-40) ci invita a guardare alla morte. Gesù dice: «Questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno». Dio non è colui che prende, ma colui che custodisce; non è colui che abbandona l’uomo alla morte, ma colui che lo conduce alla vita. Per questo i primi cristiani chiamavano la morte dies natalis, il giorno della nascita: ciò che noi chiamiamo fine, nella prospettiva della fede, diventa un nuovo inizio.
Non sappiamo che cosa ci attenda oltre la morte. Come un bambino nel grembo della madre non può conoscere il mondo in cui sta per entrare, così noi non sappiamo rappresentarci pienamente quella vita nuova che Cristo ci ha promesso. Ma sappiamo l’essenziale: non andiamo verso il nulla, ma verso Dio. E se Dio è Padre, crediamo che l’ultima parola sulla nostra esistenza non sarà detta dalla morte, ma dall’amore. È questo che celebriamo oggi ricordando i nostri morti. Non li ricordiamo solo perché hanno lasciato una traccia nella nostra memoria e perché riconosciamo qualcosa di loro nella nostra vita, ma perché crediamo che essi vivono in Dio. Il loro passato non è cancellato dal tempo: in Dio la loro vita è custodita e portata alla sua pienezza.
Per questo possiamo ancora parlare con loro: dire grazie per ciò che abbiamo ricevuto, chiedere perdono per ciò che è rimasto incompiuto, affidare loro una parola che non siamo riusciti a pronunciare. La morte ha interrotto la loro presenza fisica ma non la comunione che nasce da Dio. L’amore, quando è custodito in Dio, non viene cancellato dalla morte. E forse questo è il dono più grande di questa giornata: comprendere che i nostri morti non appartengono solo al passato, ma a Dio e, proprio per questo, continuano misteriosamente a essere parte della nostra vita. La loro memoria può così diventare non solo nostalgia, ma gratitudine; non soltanto dolore per ciò che abbiamo perduto, ma riconoscenza per ciò che abbiamo ricevuto.
Anche dentro il dolore può così aprirsi uno spazio per la pace di cui parla Simeone: «Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace». Perché alla fine della vita non ci aspetta il vuoto, ma un incontro; non il nulla, ma la vita. Oggi, mentre ricordiamo coloro che ci hanno preceduto, affidiamo a Dio le loro vite e anche la nostra. Cristo, morto e risorto, ha attraversato per primo la soglia della morte e ci ha aperto una strada. Per questo la morte non è l’ultima parola. L’ultima parola è quella di Dio, ed è una parola di vita.





