Sul Golgota, l’albero della vita

Il racconto della Passione secondo Giovanni, soprattutto nella sezione che va dal Golgota alla sepoltura (Giovanni 19,17-42), non è solo la cronaca di una morte violenta. È una grande meditazione teologica, costruita con immagini, rimandi, silenzi. Tutto è carico di senso, nulla è lasciato al caso. Gesù è condotto al luogo detto del Cranio, il Golgota, e lì è crocifisso insieme ad altri due: uno da una parte e uno dall’altra, «e Gesù in mezzo». Giovanni insiste su questo “in mezzo”, come se non fosse ovvio. Ma non lo fa per distrazione: vuole suggerire un’immagine antica e potentissima. In mezzo al giardino delle origini, racconta la Genesi, si trovava l’albero della vita. Ora quell’albero è la croce. Da essa pende il frutto che dona la vita al mondo.

Nel suo Vangelo Giovanni ha preparato questo momento fin dall’inizio. Quando Gesù promette a ridosso della chiamata dei primi discepoli che il cielo si aprirà e gli angeli saliranno e scenderanno sul Figlio dell’uomo, sta evocando la scala sognata da Giacobbe. Ma quella scala, per il credente, ha un nome preciso: è la croce. È da lì che il cielo e la terra tornano a comunicare. Non esiste uno sguardo profondo su Dio che non passi attraverso questo legno. Sotto la croce si muove un’umanità divisa e insieme ricomposta. I soldati romani, pagani, si spartiscono le vesti di Gesù; la tunica, invece, resta intatta, tirata a sorte. Poco distante stanno quattro donne, tutte ebree, tra cui Maria e Maria di Magdala. Uomini e donne, pagani ed ebrei: l’evangelista sembra voler dire che la salvezza non conosce confini. La croce piantata nel mezzo del mondo apre i quattro punti cardinali della storia. La tunica senza cuciture, che non viene strappata, ha affascinato a lungo i Padri della Chiesa. È la veste del sommo sacerdote, ma anche il segno dell’unità della Chiesa, che non può essere lacerata. Come la rete della pesca miracolosa, che pur colma non si spezza, così la comunità dei credenti è chiamata a restare una.

Sotto la croce Gesù pronuncia parole essenziali. Affida sua madre al discepolo amato e il discepolo alla madre. Nasce qui una nuova famiglia, fondata non sul sangue ma sulla fede. Maria, chiamata “donna” come a Cana, appare come la nuova Eva, madre di un’umanità riconciliata. Le nozze annunciate all’inizio del Vangelo trovano ora il loro compimento: lo sposo dona la vita per la sua sposa, la Chiesa. Poi Gesù dice: «Ho sete». È la sete dell’uomo, del desiderio profondo che attraversa ogni vita. È la stessa sete evocata davanti al pozzo di Sicar. E infine: «È compiuto». Non è un grido di sconfitta, ma di pienezza. L’amore è arrivato fino all’estremo. Chinato il capo, Gesù consegna lo Spirito.

Dal suo costato trafitto sgorgano sangue e acqua. Giovanni vede in quel gesto l’adempimento delle Scritture: Gesù è il nuovo tempio, da cui scaturisce la sorgente che risana il mondo. È l’acqua del Battesimo e il sangue dell’Eucaristia, il fiume di vita che rende fecondo anche il “mare morto” dell’esistenza umana. Il racconto si chiude in un giardino. Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo, che un tempo aveva cercato Gesù di notte, ora agiscono alla luce del giorno. Portano aromi in abbondanza, come per la sepoltura di un re. Il sepolcro è nuovo, e nessuno vi è mai stato deposto. È una morte nuova, che già profuma di vita. Il giardino torna a essere ciò che era all’inizio: il luogo dell’incontro tra Dio e l’uomo. Sul Golgota, là dove tutto sembrava finire, il paradiso viene silenziosamente riaperto.