L’eterno in carne e ossa

Nella seconda domenica dopo Natale la liturgia ci propone testi di grande spessore teologico, quasi a invitarci a compiere un passo ulteriore: dopo la semplicità e l’immediatezza del linguaggio natalizio, siamo chiamati ad approfondire il mistero che ci è stato rivelato. Non si tratta di abbandonare lo stupore, ma di abitarlo in modo più maturo. Giovanni, nel Prologo, non racconta ciò che è accaduto a Betlemme, ma ci dice cosa è entrato nel mondo e quale realtà si è resa finalmente visibile nella storia. Il suo sguardo non si ferma all’evento. Ne svela il significato ultimo.

«In principio era il Logos». L’evangelista apre il Vangelo con quel tono solenne che richiama deliberatamente le prime parole della Genesi. Non si tratta di un inizio cronologico, ma del fondamento stesso dell’essere. Alla radice della realtà non c’è il silenzio né il caos, ma una Parola viva; non un Dio isolato, ma un Dio che è comunicazione, relazione, comunione. Il Logos è rivolto a Dio ed è Dio: ciò che si manifesta nel tempo non è qualcosa di estraneo a Dio, ma l’espressione di ciò che Dio è da sempre. Il Natale appare così come la rivelazione storica di una verità eterna.

Questa Parola, prosegue Giovanni, è anche luce. La luce splende nelle tenebre: non le ignora, non le cancella, non le nega, ma le attraversa senza lasciarsene soffocare. È una luce che non abbaglia e non costringe, ma che rimane fedele a sé stessa anche quando incontra resistenza. In questa affermazione, insieme discreta e potente, l’evangelista affida alla fede una certezza essenziale: la luce di Dio non viene meno.

Il cuore luminoso del Prologo è l’affermazione decisiva: «Il Logos si fece carne». Qui si concentra tutta la novità cristiana. La Parola eterna non rimane al di sopra della storia, ma entra nel tempo; non si limita a illuminare dall’esterno, ma assume la condizione umana nella sua concretezza. La “carne” non indica semplicemente l’umanità di Gesù, ma la sua esposizione al limite, alla fragilità, alla finitezza. È proprio la carne, così com’è, il luogo che Dio sceglie per rendersi presente.

Per descrivere questa presenza, Giovanni ricorre a un’immagine di grande bellezza biblica: la Parola «pose la sua tenda» in mezzo a noi. Il riferimento è alla tenda dell’incontro nel deserto, segno della vicinanza di Dio al suo popolo durante il cammino. Ora, però, quella tenda non è più uno spazio sacro separato, ma una vita umana. Dio non abita più in un luogo delimitato: abita la storia, condivide il tempo degli uomini. La rivelazione assume così una forma sorprendentemente sobria: non l’imponenza di un tempio, ma la discrezione di una dimora fragile.

Il Prologo non nasconde il paradosso che accompagna questa scelta. La Parola viene nel mondo che ha creato e tuttavia non è riconosciuta. La rivelazione non produce consenso automatico. Eppure Giovanni non si arresta davanti al rifiuto: accanto ad esso custodisce una promessa decisiva. A chi accoglie la Parola è dato il potere di diventare figlio di Dio: una vita nuova che nasce non da legami naturali o da iniziative umane, ma da un dono che viene da Dio.

L’inno si conclude con un’affermazione che riassume e illumina l’intero percorso: Dio nessuno lo ha mai visto; il Figlio unigenito lo ha rivelato. Dio resta invisibile, ma non inaccessibile. Si lascia conoscere attraverso una vita vissuta nella comunione con il Padre. In Gesù, grazia e verità – dono e rivelazione – coincidono pienamente.