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BAT94738 The Sermon on the Mount, 1442 (fresco) by Angelico, Fra (Guido di Pietro/Giovanni da Fiesole) (c.1387-1455); Museo di San Marco, Florence, Italy; (add.info.: by Fra Angelico); © Nicolò Orsi Battaglini. All rights reserved 2026.
Il bivio della felicità: ricchi di sé o ricchi di Dio
Le beatitudini non sono un elenco di precetti né un ideale irraggiungibile per pochi, ma descrivono la forma concreta della vita umana quando si lascia abitare da Dio. Per questo si è detto, a ragione, che tutte potrebbero essere ricondotte a una sola, la prima: «Beati i poveri». Ma chi è, in verità, il povero? Prima ancora che una categoria sociale, economica o culturale, egli esprime una condizione fondamentale dell’uomo. Ogni uomo, per il solo fatto di esistere, è povero. Non nel senso di una mancanza accidentale, ma di una povertà costitutiva.
Il motivo è evidente: siamo creature finite, strutturalmente incomplete. Anche chi possiede molto resta, in profondità, povero. Si nasce poveri, si vive poveri e si muore poveri, perché in ciascuno permane un desiderio di felicità che nessun bene riesce a colmare definitivamente. Questa mancanza non è una colpa, ma un dato della nostra condizione umana.
Di fronte a essa, però, si aprono strade diverse. La più praticata è quella del riempimento. Quando una persona prende coscienza del proprio vuoto interiore, è spontaneamente tentata di colmarlo con qualcosa che prometta pienezza e appagamento. Non si tratta soltanto di beni materiali: anche il successo, la cultura, il riconoscimento sociale e perfino la religione possono diventare strumenti per garantirsi sicurezza. La fede stessa, se vissuta come possesso o garanzia, rischia di trasformarsi in idolo.
Chi percorre questa via pensa di mettere a tacere il vuoto. In realtà lo nasconde soltanto. La povertà rimane, ma diventa inconsapevole: una povertà stordita, illusa. Si recita la parte del vincitore, senza accorgersi di essere interiormente sconfitti. Quando questa illusione si incrina, emergono inquietudine e disperazione. Non è raro, infatti, incontrare vite apparentemente riuscite ma profondamente infelici. C’è anche un’altra conseguenza, meno evidente ma più grave. Chi cerca di colmare il proprio vuoto attraverso il possesso non solo resta povero, ma genera povertà. Ciò di cui si serve per sentirsi pieno viene spesso sottratto agli altri. L’esasperazione dell’io – io penso, io voglio, io agisco – rende duri, incapaci di relazione vera: gli altri vengono ignorati, usati o disprezzati.
Esiste, però, un’altra via, meno battuta ma decisiva. Il punto di partenza non cambia: la consapevolezza della propria povertà creaturale. Ciò che cambia è l’atteggiamento. Non si tratta di riempire il vuoto, ma di accoglierlo. Quando accade questo, esso smette di essere una minaccia e diventa spazio aperto all’incontro, alla grazia, alla presenza di Dio. Il povero che ripone in Dio tutta la sua fiducia viene colmato di Dio stesso. Non è più povero, ma ricco del Regno, perché Dio è con lui. Questa ricchezza non chiude, ma apre. Chi si arricchisce di Dio diventa mite, attento agli altri, appassionato della giustizia, capace di condividere.
Quanti sono disposti a scegliere questa seconda via? La Scrittura parla di un «resto». Il profeta Sofonia, nella prima lettura, lo chiama «il resto d’Israele»: una minoranza che non coltiva orgoglio né presunzione, ma riconosce la propria povertà e si affida a Dio. Anche oggi è così. Non perché la Chiesa sia minoranza nel mondo, ma perché anche nella Chiesa convivono una logica di massa, lontana dalle beatitudini, e un resto che continua a viverle. Questo resto non si impone, non fa rumore. Vive nella quotidianità discreta di persone semplici e umili, ma interiormente ricche, perché abitate da Dio. Il segno che le rende riconoscibili è la gioia: una gioia sobria, profonda, non esibita. È questa gioia a rivelare che la povertà accolta e affidata non conduce alla tristezza, ma alla beatitudine.



