Occhi nuovi per un cuore vivo

Il segno di cui parla il Vangelo è un passaggio: dalle tenebre alla luce. Non solo dal buio degli occhi alla vista, ma da una cecità più profonda a uno sguardo nuovo. Perché ci sono diversi modi di vedere: c’è il vedere con gli occhi, il vedere con l’intelligenza e c’è il vedere con gli occhi del cuore. Spesso siamo travolti da ciò che appare e perdiamo il senso della realtà. Viviamo in una civiltà in cui conta ciò che si vede, ciò che si esibisce, ciò che funziona come spettacolo. E così può accadere di stare accanto a una persona e non vederla davvero; persino di vivere insieme per anni e scoprire, un giorno, di non essersi mai compresi fino in fondo. Senza gli occhi del cuore non si vede neppure sé stessi: resta nascosto quell’io profondo che desidera il vero, il bello, il puro. E senza gli occhi del cuore, come potremmo vedere Dio? «Beati i puri di cuore perché vedranno Dio», dice Gesù. Questo sguardo non è il frutto di uno sforzo, ma un dono. Gesù è la luce del mondo: dove passa, nascono occhi nuovi.

Il cieco del Vangelo è una figura esemplare. È cieco dalla nascita: non vede e non è visto. Non perché sia invisibile, ma perché chi lo incontra non va oltre l’apparenza. I discepoli lo guardano e subito cercano una colpa: «Chi ha peccato, lui o i suoi genitori?». Gesù, invece, «passando, vide». Vide davvero: non un peccatore da giudicare, ma un uomo da salvare. Gesù rifiuta il legame automatico tra malattia e peccato, un’idea dura a morire, allora come oggi. Non si perde in discussioni sterili: mentre i discepoli parlano, lui agisce. Non cerca la causa della sofferenza, ma apre uno spiraglio di luce dentro di essa. Non spiega il mistero del dolore, ma lo attraversa con la misericordia.

Il cieco nato non ha perso la vista: non l’ha mai avuta. Per questo il gesto di Gesù non è solo guarigione, ma creazione. Sputa per terra, impasta il fango, lo spalma sugli occhi. È un gesto concreto, quasi sconcertante, che richiama il fango della prima creazione: la vita di Dio che si mescola alla terra dell’uomo. Poi Gesù lo manda a lavarsi nella piscina di Siloe, che significa “Inviato”. Non nel lavatoio più vicino, ma là, attraversando la città, scendendo verso il punto più basso. È un cammino faticoso, ma necessario. La grazia è dono, ma chiede una risposta. L’uomo va, si lava e torna che ci vede. Quel cieco è il simbolo dell’umanità intera, incapace, da sola, di vedere Dio. È una figura nella quale ciascuno può riconoscersi. Anche noi siamo ciechi dalla nascita, non perché colpevoli, ma perché limitati. Abbiamo bisogno di un intervento creatore che ci renda capaci di ciò che da soli non possiamo fare.

Il racconto diventa allora un cammino di fede. L’uomo che ha ricevuto la vista cresce nella luce: prima parla di «un uomo chiamato Gesù», poi lo riconosce come profeta, quindi come uno che viene da Dio, fino a dire: «Credo, Signore». Più vede, più rischia; più cresce nella luce, più resta solo. Viene insultato, giudicato, cacciato fuori. Ed è proprio lì che Gesù lo incontra di nuovo. Dove qualcuno è escluso, Gesù si fa presente. Quando si perdono appartenenze e protezioni nasce la fede vera. Il Vangelo pone una domanda decisiva: «Siamo ciechi anche noi?». La vera cecità è credere di vedere già, rifiutando di lasciarsi cambiare. Perché il miracolo avvenga, occorre riconoscersi ciechi e mendicare luce. Così anche noi possiamo diventare figli della luce, capaci di vedere Dio perché capaci di vedere il fratello.