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3DDJ91Y The Great Multitude before the Throne and the Lamb, a freco painting by Joakim Skovgard in Viborg Cathedral, Denmark, December 5, 2025
La festa della nostra speranza
Perché la festa di Tutti i Santi ci è così cara? Forse perché, prima di parlarci dei santi, ci parla della promessa di una gioia capace di resistere al tempo, alle prove, alla morte. In fondo, siamo tutti mendicanti di felicità. Anche quando imbocchiamo strade sbagliate, cerchiamo una vita che abbia una pienezza che non si dissolva appena conquistata.
Per questo il Vangelo delle beatitudini (Matteo 5,1-12) continua a sorprenderci. Gesù parla di felicità, ma lo fa contraddicendo le nostre aspettative: chiamando beati i poveri, quelli che piangono, i miti, i perseguitati. Non promette una vita senza ferite; annuncia piuttosto che proprio là dove l’uomo sperimenta la propria insufficienza può aprirsi uno spazio inatteso alla pienezza di Dio. I santi sono la prova che questa parola non è teoria. Sono uomini e donne nei quali il Vangelo è diventato vita, gesto, relazione, capacità di perdonare, di ricominciare, di sperare ancora. Non hanno solo conosciuto il Vangelo: lo hanno incarnato. Per questo la santità non coincide con un perfezionismo spirituale né con una vita riservata a persone eccezionali. Nei santi vediamo che cosa può accadere quando una vita, con tutte le sue fragilità, si lascia raggiungere dall’amore di Dio.
È significativo che la prima lettura (Apocalisse 7,2-4.9-14) non presenti i santi come una piccola élite. Giovanni vede una moltitudine immensa, «di ogni nazione, tribù, popolo e lingua», impossibile da contare. Anche il numero dei 144 mila, attraverso il simbolismo del dodici moltiplicato per dodici e per mille, evoca una pienezza che si apre all’universalità. La santità, dunque, non è il privilegio di pochi: è la vocazione di un popolo sterminato, nel quale trovano posto storie, culture e percorsi diversissimi. Forse è proprio questo uno degli aspetti più belli della festa. La Chiesa non ricorda solo i santi conosciuti; celebra anche una santità nascosta, fatta di esistenze che non hanno lasciato libri né monumenti, ma amore. Dentro quella moltitudine possiamo pensare a persone incontrate, a un padre o a una madre, a un amico, a qualcuno che ha saputo attraversare una sofferenza senza perdere la fiducia, custodire una famiglia, perdonare, ricominciare. Vite anonime per il mondo, ma non per Dio.
Il prefazio di questa solennità introduce l’immagine della «città santa», la Gerusalemme del cielo. La liturgia ci invita ad alzare lo sguardo e a ricordare che la nostra storia non si esaurisce in ciò che oggi riusciamo a vedere. Noi siamo ancora pellegrini, mentre altri hanno raggiunto la meta. La Chiesa dei santi è la nostra stessa Chiesa nella sua forma compiuta: ciò che noi siamo ancora in cammino per diventare, loro lo vivono nella pienezza. Questo non ci allontana dalla terra, ma ci aiuta a guardarla con più libertà. Quando siamo assorbiti dalle nostre fatiche e dalle contraddizioni della storia, rischiamo di pensare che tutto si giochi qui e ora. La festa di oggi ci ricorda invece che siamo pellegrini e che non abbiamo qui una città definitiva. Non significa disprezzare la terra o sottrarsi alle sue responsabilità; significa non assolutizzare ciò che è provvisorio.
I santi sono già là, nella Gerusalemme del cielo; noi siamo ancora in cammino. Ma proprio per questo la loro festa è anche la festa della nostra speranza.




