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BAL43922 The Last Supper, 1480 (fresco) by Ghirlandaio, Domenico (1449-94); Museo di San Marco, Florence, Italy; (add.info.: by Domenico Ghirlandaio).
Dimorare in Gesù, credere in Dio
Nelle ultime domeniche del tempo di Pasqua la liturgia ci conduce nel cuore dei discorsi che Gesù pronuncia durante l’Ultima Cena raccontate nel Vangelo di Giovanni. Sono parole intime, dette in una notte carica di attesa e inquietudine, quando Gesù sa che la sua ora è ormai vicina. In questi discorsi egli apre il suo cuore ai discepoli e consegna loro una chiave per comprendere ciò che sta per accadere.
Il racconto si apre con un clima di turbamento. I discepoli percepiscono che qualcosa sta cambiando: Gesù ha parlato della sua partenza e il loro cuore è inquieto. In questo contesto risuonano parole che hanno il tono di una consolazione: «Non sia turbato il vostro cuore. Credete in Dio e in me credete». Gesù non ignora la fragilità dei suoi amici. Poco prima egli stesso aveva confessato di essere turbato nell’anima. Conosce bene il peso della paura e dell’incertezza. Tuttavia indica una strada per attraversarle: credere.
Nel linguaggio di Giovanni questa parola ha un significato molto concreto: non parla quasi mai di “fede” come sostantivo ma usa il verbo “credere”. È come se Giovanni volesse ricordare che la fede non è qualcosa che si possiede, ma un gesto che si compie. Credere significa affidarsi, consegnarsi, mettere la propria vita nelle mani di Dio. Anche l’ordine delle parole nella frase di Gesù è significativo: «Credete in Dio e in me credete». Le due espressioni si richiamano a indicare che sono inseparabili. Fidarsi di Dio e di Gesù è un unico atto.
Poi Gesù rassicura i discepoli con un’immagine semplice: «Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore». Non un luogo lontano, ma una casa dove c’è posto per molti. “Dimora” richiama il verbo “rimanere”, così caro a Giovanni. La fede è questo: rimanere con Gesù, abitare nella sua amicizia.
E quando Gesù aggiunge: «Vado a prepararvi un posto», i discepoli non capiscono ancora pienamente. Egli parla della sua Pasqua, della strada che si aprirà attraverso la sua morte e Risurrezione. È come se dicesse: io vado davanti a voi per aprire la porta della casa del Padre, perché anche voi possiate entrare. Nonostante queste parole, restano confusi. Tommaso prende la parola: «Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?». La risposta di Gesù illumina tutto il discorso: «Io sono la via, la verità e la vita». Non indica semplicemente un cammino da seguire, ma afferma che la strada è Lui stesso. La via è la strada che conduce alla meta; la verità è la rivelazione che fa conoscere Dio; la vita è il dono ultimo a cui tutto tende. In Gesù queste tre realtà coincidono. Egli è la strada che porta al Padre, è la rivelazione del Padre ed è la vita che il Padre comunica.
Il dialogo continua con un’altra domanda. Filippo dice: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». È il desiderio profondo dell’uomo religioso: vedere Dio. Ma Gesù risponde con parole sorprendenti: «Chi ha visto me ha visto il Padre». Non c’è bisogno di cercare altrove: il volto di Dio si lascia riconoscere nella persona di Gesù, nelle sue parole e opere. Alla fine Gesù ritorna al cuore del suo invito: credere. «Credete a me… credete in me». Credere a qualcuno significa fidarsi della sua parola e affidargli la propria vita. È questo il movimento della fede secondo il Vangelo di Giovanni. Non una semplice convinzione religiosa, ma una relazione viva con Cristo. Quando l’uomo compie questo passo, il turbamento non scompare del tutto, ma perde la sua forza. Il cuore trova una stabilità nuova, perché scopre di non essere più solo: la strada esiste, la casa del Padre è aperta, e la via per arrivarci ha il volto di Gesù.




