Non moltiplicare divieti, ma crescere nella responsabilità
Nel Vangelo di Matteo, l’affermazione di Gesù secondo cui egli non è venuto per abolire la Legge o i Profeti, ma per portarli a compimento, costituisce una chiave di lettura decisiva per comprendere l’intero rapporto tra Antico e Nuovo Testamento. Con l’espressione “Legge e Profeti” il mondo giudaico indicava l’insieme della Scrittura, cioè la forma storica attraverso cui Dio aveva progressivamente rivelato la propria volontà. Gesù si inserisce consapevolmente in questa storia e, lungi dal porsi in alternativa ad essa, ne assume il significato profondo, conducendolo verso una pienezza che non contraddice quanto è stato detto prima, ma ne svela l’orientamento ultimo.
Una lettura superficiale potrebbe indurre a pensare che il Vangelo introduca un nuovo sistema normativo o che sostituisca la Legge antica con precetti più severi. In realtà, il movimento compiuto da Gesù è di altra natura. Egli non interviene come un legislatore che corregge norme insufficienti, ma come colui che ne mette in luce il senso originario. La Legge non viene svalutata né relativizzata, ma ricondotta al suo vero interlocutore: l’uomo concreto, con le sue scelte, le sue intenzioni e le sue relazioni. Il punto decisivo non è più la semplice conformità esteriore a un comando, bensì la qualità interiore da cui nascono le azioni. Questo spostamento emerge con particolare chiarezza nelle cosiddette antitesi. Quando Gesù richiama il comandamento «Non uccidere», non lo contraddice né lo attenua, ma ne amplia radicalmente l’orizzonte. La violenza non si esaurisce nell’atto che toglie la vita, ma si manifesta anche in forme meno evidenti e tuttavia reali: nell’ira che si accumula, nel disprezzo che isola, nella parola che umilia.
Lo stesso per l’adulterio. Anche qui Gesù non nega il valore della norma, ma invita a riconoscerne la radice. Il tradimento non nasce improvvisamente in un gesto, ma si prepara nel desiderio coltivato, nello sguardo che riduce l’altro a oggetto, nella progressiva erosione del rispetto reciproco. Letto così, il discorso di Gesù restituisce alla Legge una funzione che va oltre il solo controllo delle azioni. Essa diventa uno strumento di discernimento, capace di illuminare ciò che costruisce l’esistenza e ciò che la impoverisce, ciò che rende le relazioni più giuste e ciò che le svuota di senso. Non si tratta di moltiplicare i divieti, ma di educare lo sguardo e la responsabilità personale.
È in questo quadro che va compresa anche l’affermazione secondo cui la giustizia dei discepoli deve superare quella degli scribi e dei farisei. Matteo non intende stabilire una contrapposizione moralistica tra persone sincere e persone ipocrite. Scribi e farisei sono figure rigorose, attente alla coerenza, spesso animate da un autentico desiderio di fedeltà. Il limite, tuttavia, è il rischio di fermarsi a una osservanza che non coinvolge fino in fondo la persona. La giustizia di cui parla Gesù non chiede un impegno quantitativamente maggiore, ma una qualità diversa, che nasce dall’interiorità e da una libertà chiamata ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte.
Il compimento della Legge non coincide, dunque, con una perfezione morale priva di limiti, ma con una più profonda comprensione di ciò che rende l’uomo umano. È questa attenzione all’esperienza concreta, più che la ricerca di un’osservanza impeccabile, a conferire al messaggio di Gesù una attualità che continua a interpellare il lettore contemporaneo.




