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HGP7400050 Jeremias, Old Hunstanton, by Frederick Preedy, detail of Tree of Jesse, Victorian, Norfolk, 1862 (stained glass) by Preedy, Frederick (1820-98); Church of St. Mary, Old Hunstanton, Norfolk, UK; © Neil Holmes. All rights reserved 2026.
La paura è cattiva consigliera
Nella vita di ogni persona la paura occupa inevitabilmente uno spazio profondo. Nasce quando avvertiamo che qualcosa potrebbe ferirci, toccare la nostra serenità, incrinare gli equilibri su cui pensiamo di poter contare. A volte si manifesta davanti alle grandi prove dell’esistenza, altre volte si insinua nelle pieghe più ordinarie delle giornate: nelle relazioni che si complicano, nelle fragilità che emergono, nelle incertezze del futuro, nelle fatiche che sembrano troppo pesanti da sostenere. La paura ci rende vulnerabili, ci fa sentire esposti, e spesso ci induce a difenderci chiudendoci in noi stessi oppure arretrando di fronte alle responsabilità della vita.
Anche la pagina del Vangelo di questa domenica attraversa con realismo questo territorio umano così delicato. Gesù non parla a uomini invincibili, ma a discepoli fragili, esposti, ancora attraversati da dubbi e inquietudini. Egli conosce bene il cuore dell’uomo e sa quanto facilmente la paura possa paralizzare, togliere libertà interiore, spegnere il coraggio della testimonianza. Per questo le sue parole non assumono il tono del rimprovero, ma quello di una vicinanza che sostiene e rialza: «Non abbiate paura». È un invito che ritorna più volte nel Vangelo perché tocca uno dei punti più sensibili dell’esistenza umana.
Gesù non promette una vita senza prove, né assicura ai suoi discepoli un cammino privo di opposizioni. Al contrario, prepara i suoi a confrontarsi con l’incomprensione, con il rifiuto e talvolta perfino con l’ostilità. Tuttavia ricorda loro che nessuna oscurità può soffocare definitivamente la verità del Vangelo.
La prima lettura illumina ulteriormente questo cammino attraverso la figura del profeta Geremia. Il profeta sperimenta la solitudine, l’umiliazione, la derisione di chi lo circonda; sente il peso di una missione che sembra diventare motivo di persecuzione. Eppure, proprio nel momento più duro, Geremia non smette di confidare in Dio. Dentro la sua sofferenza rimane viva la certezza che il Signore non abbandona chi si affida a lui. La fede non elimina automaticamente il dolore, ma impedisce che esso abbia l’ultima parola.
È un messaggio profondamente attuale anche per il nostro tempo. Viviamo in una società nella quale spesso si ha paura di difendere il bene e di testimoniare il Vangelo con semplicità e chiarezza. Talvolta prevale la tentazione del silenzio, dell’adattamento, della prudenza eccessiva, quasi che la fede dovesse rimanere confinata nella sfera privata. Ma il Vangelo ricorda che la luce non può essere nascosta e che il discepolo è chiamato a vivere con autenticità, senza lasciarsi dominare dalla paura del giudizio o dell’incomprensione.
Le parole di Gesù, però, non invitano alla durezza o allo scontro. Il cristiano non testimonia il Vangelo imponendosi sugli altri, ma lasciando trasparire uno stile nuovo di vita: uno stile fatto di fiducia, mitezza, perseveranza e speranza. La vera forza del credente nasce dalla consapevolezza di essere custodito da Dio. In fondo, la paura più grande dell’uomo è quella di sentirsi solo. Il Vangelo risponde proprio a questa ferita: nessuna notte è attraversata senza la presenza di Dio, nessuna prova è priva del suo sguardo, nessuna fragilità è esclusa dalla sua misericordia. Per questo il cristiano può continuare a camminare anche nei momenti difficili, sapendo che il Signore lo precede e lo accompagna.




