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Il Dio che sfugge agli esperti
La prima lettura e il Vangelo di questa domenica sono uniti da un filo molto preciso: la mitezza. Zaccaria (9,9-10) annuncia un re che giunge a Gerusalemme in modo del tutto inatteso. Non cavalca un cavallo da guerra, non è circondato da eserciti, non manifesta la propria autorità attraverso la forza. È un re “umile”, che inaugura una regalità diversa da quella conosciuta dagli uomini. Quando, al termine del Vangelo, Gesù invita i discepoli a imparare da lui perché è «mite e umile di cuore», il lettore comprende che quella profezia trova in lui il suo compimento.
Il brano di Matteo (11,25-30) si apre con una preghiera di lode. È una delle pagine più belle del Vangelo, perché ci permette di intravedere qualcosa dell’intimità che lega Gesù al Padre. Le sue parole non nascono da una situazione favorevole. Nei versetti precedenti, infatti, Matteo ha raccontato incomprensioni e rifiuti. Eppure Gesù non si lascia imprigionare dalla delusione. Guardando gli avvenimenti con gli occhi della fede, riconosce che proprio lì è all’opera il disegno di Dio e per questo può dire: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra».
Il motivo della sua gioia appare subito sorprendente: «Hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli». Queste parole non vanno intese come una critica alla cultura o all’intelligenza. Il contrasto è più profondo. Da una parte vi sono coloro che ritengono di possedere già tutte le chiavi per comprendere Dio; dall’altra vi sono coloro che rimangono aperti all’ascolto e alla sorpresa. I “piccoli” del Vangelo non sono semplicemente i meno istruiti. Essi rappresentano tutti coloro che non fanno affidamento sulle proprie sicurezze e che, proprio per questo, sono disponibili ad accogliere il dono di Dio. Nella tradizione biblica richiamano la figura dei poveri del Signore, gli anawim, che attendono tutto da Dio e non da sé stessi.
Da qui il discorso raggiunge il suo centro. Gesù parla della relazione unica che lo unisce al Padre: «Nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio». Nella Bibbia il verbo “conoscere” indica una relazione viva e profonda, non una semplice acquisizione di nozioni. Il mistero di Dio non è una conquista dell’intelligenza umana, ma un dono che il Figlio comunica a chi si lascia guidare da lui. A questo punto si comprende meglio anche l’invito finale: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi». Non è un’aggiunta marginale, ma l’ultima conseguenza di tutto ciò che precede. Il Dio che Gesù rivela si avvicina anzitutto a coloro che portano il peso della vita e conoscono la propria fragilità.
Gesù non promette una vita senza fatiche. Propone però un modo nuovo di portarle: «Prendete il mio giogo sopra di voi». Nell’ambiente ebraico il giogo era immagine della Legge e della condizione del discepolo. Gesù lo identifica con la comunione con lui. Il peso diventa leggero non perché scompaia, ma perché viene condiviso. L’ultima parola del brano ci riporta ancora una volta alla figura del Messia annunciato da Zaccaria. Gesù non si definisce potente o glorioso, ma «mite e umile di cuore». È questa la forma concreta con cui Dio sceglie di manifestarsi: non attraverso la forza che si impone, ma attraverso una vicinanza che accoglie e sostiene.




