Quando il Vangelo mette radici

La parabola del seminatore (Matteo 13,1-23), con cui si apre il grande discorso delle parabole nel Vangelo di Matteo, racconta anzitutto l’avventura della parola di Dio. Gesù la paragona a un seme: una realtà piccola e apparentemente insignificante, che tuttavia racchiude una forza vitale straordinaria. Chi guarda soltanto alle apparenze vede un granello; chi sa attendere vede già il raccolto nascosto dentro quel seme. Per comprendere la parabola non bisogna fermarsi subito ai diversi tipi di terreno. L’accento principale cade sul risultato finale. È vero che una parte del seme cade sul sentiero, tra i sassi o in mezzo alle spine, ma questi particolari servono soprattutto a mettere in evidenza il contrasto con l’esito conclusivo: il seme che cade nella terra buona produce un raccolto sorprendente, addirittura il cento per uno, una resa impensabile per l’agricoltura del tempo.

La parabola nasce in un momento difficile della vita di Gesù. Attorno a lui crescono le incomprensioni e i rifiuti, e anche i discepoli possono essere tentati dallo scoraggiamento. Ecco allora il messaggio che Gesù intende consegnare: non bisogna misurare l’efficacia della parola di Dio dai risultati immediati. Ci saranno sempre resistenze e fallimenti, ma la fecondità finale della parola supererà ogni aspettativa.

Questa parola è profondamente diversa dalle nostre parole, spesso consumate nel rumore e nelle discussioni sterili. Come ricorda il profeta Isaia nella prima lettura (55,10-11), essa non ritorna a Dio senza aver compiuto ciò per cui è stata mandata. Nella Bibbia il dire di Dio coincide con il suo agire: la sua parola non è soltanto un messaggio, ma una forza che trasforma la realtà. Tuttavia questa forza non si impone mai. Gesù sceglie il linguaggio delle parabole proprio perché desidera coinvolgere la libertà dell’ascoltatore. La parabola non offre risposte preconfezionate, ma invita a riflettere e a prendere posizione. Per questo alcuni rimangono in superficie, mentre altri si aprono a una comprensione più profonda. Il problema non è che Dio si rifiuti di parlare, ma che l’uomo può chiudere il cuore e diventare incapace di ascoltare davvero.

La spiegazione della parabola mette in evidenza i diversi modi di accogliere la parola. C’è chi la perde subito per superficialità, chi si entusiasma per un momento ma non resiste alla prova, chi la lascia soffocare dalle preoccupazioni e dagli interessi della vita. Solo il terreno buono è colui che la ascolta, comprende e custodisce. Matteo insiste particolarmente su questo verbo: “comprendere”. Non basta udire; occorre lasciare che la parola illumini l’intelligenza e trasformi la vita.

Il messaggio finale rimane però quello della speranza. Gesù non si sofferma sui terreni sterili, ma sul raccolto abbondante. Dio continua a seminare anche quando il terreno sembra poco promettente. Per questo nessun genitore deve disperare per un figlio che si è allontanato dalla fede, nessun educatore deve considerare inutile il bene seminato, nessun cristiano deve lasciarsi vincere dallo scoramento. Il seminatore continua a gettare il seme che, prima o poi, troverà la terra buona in cui germogliare. Possiamo allora pregare: «Signore Gesù, rendi il nostro cuore terra buona. Liberalo dalla superficialità e dalle distrazioni, perché il seme del tuo Vangelo possa mettere radici profonde e portare frutti abbondanti».