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2RTMG70 Valentin de Boulogne, The Tribute to Caesar, painting in oil on canvas, circa 1620
Quella moneta appartiene a Cesare. E il nostro cuore?
Il problema delle tasse non è un’invenzione dei nostri giorni. Anche al tempo di Gesù il tributo divideva e metteva in gioco questioni che andavano ben oltre il denaro. La Palestina era sotto il dominio romano e pagare l’imposta all’imperatore significava riconoscere il potere di chi occupava la propria terra. Inoltre, sulla moneta era impressa l’immagine di Cesare e un’iscrizione che ne esaltava la dignità quasi divina. Pagare o non pagare, dunque, non era una semplice questione economica: in quella moneta sembravano concentrarsi politica, libertà, fede e coscienza. È dentro questa situazione che alcuni si avvicinano a Gesù con una domanda apparentemente innocente: «È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma la domanda è costruita per metterlo in difficoltà. Se risponde di sì, può perdere il consenso della gente; se risponde di no, può essere accusato di ribellione contro Roma. Non cercano una risposta: cercano una trappola.
Gesù, però, non si lascia trascinare sul terreno che gli altri hanno preparato per lui. Chiede una moneta e domanda: «Di chi è questa immagine e l’iscrizione?». La risposta è ovvia: di Cesare. Ed ecco la frase che attraversa i secoli: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».
Non è una semplice divisione tra politica e religione, come se ciascuno dovesse restare nel proprio spazio. Gesù sta dicendo qualcosa di più radicale. Se la moneta porta l’immagine di Cesare, può essere restituita a Cesare. Ma l’uomo porta un’altra immagine: l’essere umano è stato creato «a immagine e somiglianza» di Dio (cfr. Genesi 1,26). La domanda diventa allora inevitabile: se sulla moneta è impressa l’immagine di Cesare, sull’uomo è impressa l’immagine di Dio. A chi appartiene, dunque, l’uomo? Qui la parola di Gesù smette di essere una discussione sulle tasse e diventa una questione di libertà. Ci sono realtà che possiamo restituire a Cesare: il denaro, il rispetto delle leggi, i doveri civili, ciò che appartiene alla responsabilità della vita sociale. Ma c’è qualcosa che nessun potere può pretendere di possedere: la coscienza, la dignità, la libertà interiore della persona. Nessun potere può diventare padrone dell’uomo.
È quanto ricorda anche la prima lettura (Isaia 45,1.4-6). Dio parla a Ciro, re di Persia, un sovrano straniero, eppure può servirsi di lui per realizzare il proprio disegno. «Io sono il Signore e non c’è alcun altro». È una frase che ridimensiona ogni potere umano. Anche il più grande dei re rimane dentro una storia che non gli appartiene completamente. Può governare e decidere, ma non può occupare il posto di Dio. La Bibbia, dunque, non nega il valore dell’autorità, ma ricorda che nessun potere è assoluto: diventa pericoloso quando pretende di impadronirsi della coscienza e della libertà dell’uomo. E Cesare può assumere il volto del denaro, del successo, dell’approvazione degli altri, di tutto ciò a cui rischiamo di consegnare la nostra libertà.
Per questo è decisiva la seconda parte della frase di Gesù: «A Dio quello che è di Dio». Tutta la nostra persona porta la sua impronta. Restituire a Dio ciò che è suo significa non permettere a nessun altro padrone di confiscare la nostra libertà. Il cristiano vive così nella storia, partecipa alla vita della società e ne assume le responsabilità, ma rimane un uomo libero: rispetta Cesare, senza mai adorarlo.




