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MKG146983 The Prophet Ezekiel (silver gilt and tempera on panel) by Moscow School, (17th century); Private Collection; (add.info.: fl. early 6th century BC;); Mark Gallery, London, UK.
Una parola che inquieta il nostro perbenismo
Figlio, va’ oggi a lavorare nella vigna». È una richiesta semplice quella che un padre rivolge ai suoi due figli. Il primo risponde di no: «Non ne ho voglia». Poi, però, ci ripensa e va. Il secondo risponde invece: «Sì, signore», ma alla fine non ci va. Gesù racconta questa storia ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo e domanda: «Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». La risposta è evidente: quello che, alla fine, è andato nella vigna.
Ma proprio questa risposta mette in luce il problema. Si può dire «sì» a Dio e poi non fare ciò che quel sì comporta. Si possono pronunciare parole religiose, conoscere la Scrittura, avere una buona immagine di sé e, nello stesso tempo, non lasciarsi realmente coinvolgere dalla volontà del Signore. La fede, prima o poi, deve diventare vita.
È questa anche la prospettiva della prima lettura, nella quale il profeta Ezechiele (18,25-28) richiama la possibilità di cambiare strada. Dio non guarda l’uomo come se fosse prigioniero per sempre del suo passato: considera il cammino che egli sceglie di compiere. Per questo una persona può allontanarsi dal bene e tornare, oppure vivere oggi nel bene e domani abbandonarlo. La sua storia rimane aperta. Ed è proprio qui che si comprende il primo figlio. Il suo «no» non è l’ultima parola. Ci ripensa, si pente e va. Gesù non esalta il suo rifiuto, ma il fatto che abbia saputo cambiare.
Per questo arrivano le parole che dovevano suonare scandalose agli ascoltatori: «I pubblicani e le prostitute vi precedono nel regno di Dio». Non perché il loro peccato sia giustificato, ma perché alcuni di loro, ascoltando Giovanni Battista, hanno riconosciuto il proprio errore e hanno cambiato vita. Quelli che sembravano lontani si sono lasciati raggiungere dalla parola di Dio; quelli che si consideravano vicini, invece, hanno ascoltato senza lasciarsi mettere in discussione. La provocazione riguarda anche noi. Il rischio non è solo quello di fare il male, ma di abituarci a una fede fatta di parole e buone intenzioni che non diventano mai scelte concrete. Possiamo sapere molto bene che cosa dovremmo fare e continuare, tranquillamente, a non farlo. Ma la parabola contiene anche una grande speranza: un «no» può diventare un «sì». Possiamo aver sbagliato, aver perso tempo, esserci allontanati; possiamo però ancora cambiare direzione. Dio non ci identifica con ciò che siamo stati.
E forse per questo dovremmo essere più prudenti anche nel giudicare gli altri. Ci sono persone che consideriamo lontane dalla fede e che, davanti alla sofferenza di qualcuno, sanno aiutare. A parole possono dire «no», ma con la loro vita compiono gesti che assomigliano molto a un «sì». Noi vediamo ciò che appare; Dio vede il cuore. La vigna, infatti, non è semplicemente un luogo di lavoro. Nel linguaggio biblico richiama una relazione d’amore, qualcosa che deve essere coltivato e custodito. Quando il Padre dice «va’ a lavorare nella vigna», ci invita a prenderci cura del rapporto con lui, a vivere da figli, a lasciare che la fede dia forma concreta alla nostra esistenza.
E allora la domanda del Vangelo diventa molto semplice: che cosa sto facendo del mio «sì» a Dio? Dove deve diventare concreto?





