Quando il custode si crede padrone

C’è un’immagine che attraversa le letture di questa domenica e che dice, forse più di tante parole, come Dio guarda alla nostra vita: è l’immagine della vigna. Isaia, nella I lettura, racconta di un uomo che prepara con amore la sua vigna: la dissoda, la libera dalle pietre, vi pianta una vite scelta, costruisce una torre e prepara tutto perché possa dare frutto. Un’immagine bellissima dell’amore di un Dio che non si limita a guardarci da lontano, ma si prende cura di noi con pazienza e tenerezza.

Questa stessa immagine torna nel Vangelo, nella parabola dei vignaioli. Qui il racconto diventa drammatico: il padrone affida la vigna ad alcuni uomini e poi parte. Quando manda i suoi servi a raccogliere i frutti, questi vengono maltrattati e uccisi. Alla fine manda il proprio figlio, pensando che ne avranno rispetto, ma anche lui viene ucciso. Gesù sta parlando di sé, della sua storia ormai vicina alla morte, ma sta parlando anche di qualcosa che riguarda ciascuno di noi. Perché il padrone, dopo aver preparato la vigna, parte. Non rimane lì a controllare i vignaioli. È un’assenza che non significa abbandono: è il modo con cui Dio ci dice che si fida di noi, che prende sul serio la nostra libertà.

Qui sta il dramma: gli uomini ai quali la vigna è stata affidata finiscono per sentirsi padroni. Dimenticano che hanno ricevuto qualcosa e cominciano a comportarsi come se fosse tutto loro. È una tentazione molto umana: trasformare un dono in un possesso. Succede anche a noi. Pensiamo ai figli, che non sono una nostra proprietà, ma che ci sono affidati per un tratto di strada. O alle persone su cui abbiamo responsabilità: possiamo viverle come qualcosa da controllare e possedere, o come un dono di cui prenderci cura.

La parabola è una domanda rivolta a noi: che cosa abbiamo fatto dei doni che Dio ci ha affidato, della nostra vita, delle persone che ci ha messo accanto, del tempo, delle possibilità di amare e di ricominciare? Nella I lettura Dio non chiede alla sua vigna nulla di straordinario se non che porti frutto. E il frutto della nostra vita non è per forza fatto di grandi imprese. Può essere più semplice: una telefonata a una persona sola, una parola trattenuta quando sarebbe stato facile ferire, un perdono dato, un’attenzione a chi normalmente non vediamo, la disponibilità ad aiutare senza aspettarci un riconoscimento.

E in questa domenica, che quest’anno coincide con il 4 ottobre, festa di San Francesco, viene spontaneo pensare a lui. Egli ha saputo guardare il mondo non come qualcosa da possedere, ma come un dono da accogliere con gratitudine e da custodire. Nel suo sguardo il creato diventa una grande casa nella quale ogni cosa rimanda al Creatore. Il Vangelo ci ricorda, però, che la storia della vigna passa attraverso il rifiuto del Figlio. La pietra scartata dai costruttori diventa pietra d’angolo. Quella che sembrava una sconfitta, la morte di Gesù, diventa invece il punto da cui Dio fa nascere qualcosa di nuovo. È questa la speranza cristiana: Dio non si arrende davanti ai nostri rifiuti, chiusure e fallimenti.