A Lecco basta alzare gli occhi. La montagna non comincia quando finisce la strada. È già lì, davanti alle finestre, sopra il lago, nelle guglie delle Grigne (meridionale, la Grignetta, Settentrionale, il Grignone) che sembrano osservare la città da sempre. È difficile raccontare i Ragni della Grignetta senza partire da questo rapporto fisico, quasi quotidiano, fra una comunità e la roccia. Perché la loro storia non è soltanto la storia di un gruppo alpinistico. È anche la storia di Lecco e di una città che, attraverso i suoi uomini e le sue montagne, ha imparato a misurarsi con il mondo.

Nel 1946, appena usciti dalla guerra, Giulio e Nino Bartesaghi, Franco Spreafico, Emilio Ratti e Gigino Amati fondano un gruppo destinato a diventare una delle realtà più conosciute dell’alpinismo italiano. Poco dopo entra Gigi Vitali.

Il nome Ragni è legato proprio a lui: secondo la tradizione, il grande Tita Piaz lo vide arrampicare e lo definì capace di muoversi «come un ragno». Sul maglione compare invece il celebre ragno a sette zampe, destinato a diventare negli anni uno dei simboli più riconoscibili dell’alpinismo italiano.

All'inizio c'è la Grignetta. La montagna “domestiche”. Non ancora le grandi spedizioni, non gli ottomila, non le pareti del mondo. Ci sono la roccia lecchese, le guglie, il Medale, il Nibbio, le pareti che sembrano enormi proprio perché sono vicine a casa. È qui che si impara la grammatica dell'arrampicata: il corpo aderente alla roccia, il chiodo piantato nella fessura, il compagno che assicura, la fiducia che passa attraverso una corda. La montagna lontana, prima ancora di essere conquistata, viene studiata da vicino.

E presto arriva la prima lezione decisiva: nessuna montagna è davvero lontana se prima si è imparato a leggere quella dietro casa.

Dal Badile alle grandi Alpi

Il salto arriva rapidamente. Nel 1949 Carlo Mauri e Luigi Castagna salgono la via Cassin sulla parete nord-est del Pizzo Badile, compiendo la prima ripetizione italiana e la terza salita assoluta. Sei anni dopo, nel 1955, altri Ragni ripetono la via Bonatti al Petit Dru. È il momento in cui Lecco comincia a capire che l'alpinismo del gruppo non appartiene più soltanto alle montagne di casa.

Riccardo Cassin in Grigna nel dopoguerra

Carlo Mauri diventa una delle grandi figure di questa trasformazione. Nel 1956 guida una spedizione in Terra del Fuoco e poco dopo prende parte alla spedizione del CAI al Gasherbrum IV, organizzata da Riccardo Cassin. Nel 1958 Mauri raggiunge la vetta insieme a Walter Bonatti. La bandiera dei Ragni arriva così su una delle grandi montagne dell'Asia e il gruppo entra definitivamente nella geografia internazionale dell'alpinismo.

Ma la grandezza dei Ragni non nasce soltanto dai nomi che diventeranno leggenda. Nasce dalla capacità di far convivere generazioni diverse.

Foto di gruppo © Ragni della Grignetta

C'è Cassin, già consacrato, e ci sono i giovani che salgono con lui. C'è Mauri, esploratore e viaggiatore, e ci sono gli alpinisti che imparano dalle sue esperienze. C'è una città intera che osserva, attende, discute, soffre e festeggia. Poi arriva l'Alaska.

1961: il McKinley, la montagna che porta Lecco nel mondo

Nel 1961 Riccardo Cassin ha 52 anni. La montagna che sta per affrontare è il McKinley, oggi ufficialmente Denali, la più alta vetta del Nord America. Attorno a lui vengono scelti cinque giovani Ragni: Luigino Airoldi, Gigi Alippi, Jack Canali, Romano Perego e Annibale Zucchi.

Cassin nel 1987, all'età di 78 anni, durante la ripetizione della via aperta da lui sul Badile cinquant'anni prima

La parete sud misura circa tremila metri. Il freddo arriva a temperature estreme, il clima dell'Alaska non concede molto e il gruppo deve affrontare neve, ghiaccio, valanghe e una discesa durissima. Il 19 luglio, dopo 17 ore consecutive di scalata, tutti e sei raggiungono la vetta. L'impresa riceve una risonanza internazionale enorme e un telegramma di congratulazioni del presidente americano John Fitzgerald Kennedy. È uno dei momenti fondativi della leggenda.

Perché il Denali insegna qualcosa che tornerà continuamente nella storia dei Ragni: l'eroe solitario può conquistare una cima, ma una grande spedizione si costruisce come una cordata.

E mentre il gruppo guarda sempre più lontano, continua a misurarsi con le Alpi. Nel 1962 Pierlorenzo Acquistapace e Romano Perego partecipano alla prima salita italiana della parete Nord dell'Eiger; nel 1963 Perego, a 29 anni, ha già nel curriculum le tre grandi Nord delle Alpi: Cervino, Eiger e Grandes Jorasses.

Nel 1965 Casimiro Ferrari, Aldo Anghileri e Pino Negri realizzano invece la prima invernale dello Spigolo Nord del Badile. È una salita meno famosa di altre, ma racconta perfettamente la cultura dei Ragni: prendere una via conosciuta e cambiare completamente le condizioni, affrontandola d'inverno, nel gelo, trasformando una parete familiare in un problema nuovo.

Il Cerro Torre e l'epopea di Casimiro Ferrari

Se c'è una montagna che più di ogni altra ha legato il nome dei Ragni alla Patagonia, quella montagna è il Cerro Torre.

Nel 1970 un primo tentativo della spedizione guidata da Carlo Mauri fallisce. Quattro anni dopo arriva l'impresa che entrerà nella storia. La spedizione dei Ragni è guidata da Casimiro Ferrari. Dopo settimane di attesa, tentativi e maltempo, il 13 gennaio 1974 due cordate raggiungono la vetta: Casimiro Ferrari e Mario Conti, Daniele Chiappa e Pino Negri.

La parete occidentale del Cerro Torre era considerata uno dei grandi problemi dell'alpinismo mondiale. I Ragni la affrontano con una spedizione numerosa, un'attrezzatura lontanissima da quella disponibile agli alpinisti contemporanei e una determinazione che diventa quasi ostinazione.

È qui che nasce il mito di Casimiro Ferrari, destinato a diventare il «Re della Patagonia». Ma anche qui bisogna ricordare una cosa importante: la storia del Cerro Torre è stata accompagnata negli anni da controversie sulla salita di Cesare Maestri e Toni Egger del 1958. La salita dei Ragni del 1974 è oggi generalmente considerata dalla comunità alpinistica come la prima ascensione del Cerro Torre, ma le discussioni sulla storia precedente della montagna non si sono mai completamente spente.

Al di là delle controversie, resta ciò che nessuno può togliere a quella cordata: una spedizione durata mesi, una parete quasi verticale di ghiaccio e granito, quattro uomini in cima e un nome, Lecco, che da allora viene associato a una delle montagne più remote e difficili della Terra. La Patagonia diventa quasi una seconda casa.

Carlo Mauri sulla cima del Gasherbrum IV

Nel 1975 arriva una nuova via sull'Alpamayo, in Perù. Nel 1976 Casimiro Ferrari e Vittorio Meles aprono per la prima volta il pilastro Est del Fitz Roy. Nel 1984 Carlo Aldé e Paolo Vitali salgono il pilastro Nord-Est del Cerro Murallón, dopo anni di tentativi.

Ogni spedizione aggiunge un pezzo alla stessa idea: non cercare soltanto una cima, ma una linea, una parete, un modo nuovo di stare sulla montagna.

La montagna cambia. I Ragni anche

Negli anni Ottanta cambia l'alpinismo. Il free climbing modifica il rapporto con la roccia. L'obiettivo non è più soltanto arrivare in cima: diventa importante come ci si arriva. Meno artificiali, più arrampicata libera, meno mezzi possibili, più attenzione allo stile.

Nel 1986, per il quarantesimo anniversario, i Ragni tornano in massa in Patagonia. Vengono organizzate spedizioni all'Aguja Poincenot, alle Torri del Paine e al Sarmiento. Il gruppo si misura con una generazione nuova, con un'alpinismo che cerca sempre più eleganza, difficoltà tecnica e leggerezza.

È un passaggio fondamentale perché dimostra che una tradizione può sopravvivere soltanto se accetta di cambiare.

La storia dei Ragni non è lineare, non è una fila ordinata di vittorie. Ci sono discussioni, divisioni, interpretazioni diverse dell'alpinismo. Nel 1976 una parte dei soci lascia il gruppo e nel 1978 nasce il Gruppo Gamma. Negli anni Novanta emerge poi anche una dialettica fra l'alpinismo d'alta quota e quello delle grandi difficoltà su roccia.

La salita al Gasherbrum IV, portata a termine nel 1958 dalla spedizione italiana voluta dal Club alpino, segnò una svolta significativa nell’alpinismo in Himalaya perché per la prima volta raggiunse una vetta della cosiddetta “zona della morte” (ovvero sopra i 7.500 metri di altitudine) senza utilizzo di bombole d’ossigeno. A toccare “il cielo” furono il giovane Walter Bonatti e Carlo Mauri, dei Ragni della Grignetta

È proprio questa capacità di discutere, perfino di dividersi, e poi di ritrovarsi attorno a una comune cultura della montagna a impedire che i Ragni diventino semplicemente un monumento.

Lorenzo Mazzoleni e il prezzo della montagna

Negli anni Novanta l'Himalaya assume un ruolo sempre più importante. Lorenzo Mazzoleni, insieme a Mario e Tore Panzeri e ad altri alpinisti lecchesi, rappresenta una generazione capace di muoversi sulle grandi quote. Mazzoleni raggiunge l'Everest nel 1992 e nel 1996 prende parte alla spedizione sul K2 organizzata per il cinquantesimo anniversario del gruppo. Raggiunge la vetta senza ossigeno, ma muore durante la discesa. È una ferita nella storia della città, non solo del gruppo dei maglioni rossi.

Perché la montagna non è soltanto fotografia di vetta, brindisi e ritorni trionfali. È anche il silenzio di una città quando aspetta qualcuno che non torna. È il nome scritto su una lapide. È il dolore delle famiglie e degli amici che rimane quando la corda viene riposta. Anche questo fa parte della storia dei Ragni.

Ed è forse proprio qui che la montagna smette di essere soltanto una gara contro la gravità e torna a essere una misura dell'uomo.

La nuova generazione

Poi arrivano i giovani. E con loro cambia ancora una volta il modo di intendere l'avventura.

Matteo Della Bordella diventa uno dei protagonisti di una nuova stagione. Con Fabio Palma apre vie difficili al Wendenstöcke; nel 2013, insieme a Matteo Bernasconi e Luca Schiera, porta a compimento la salita della parete Ovest della Torre Egger, una delle grandi pareti ancora inviolate della Patagonia. Pochi mesi dopo Della Bordella e Schiera partecipano all'apertura di una nuova via sull'Uli Biaho, in Pakistan.

Matteo Della Bordella, già presidente dei Ragni

La differenza rispetto alle grandi spedizioni del passato è evidente. Non ci sono soltanto montagne altissime. Ci sono pareti difficilissime a quote più basse. Non c'è necessariamente una numerosa spedizione. Ci sono piccoli gruppi. Lo stile diventa parte integrante dell'impresa: arrampicata libera, stile alpino, pochi materiali, niente corde fisse quando è possibile farne a meno.

La geografia dei Ragni si allarga ancora: Fitz Roy, Groenlandia, Baffin, Kirghizistan, Himalaya. Nel 2014 Della Bordella, Luca Schiera e Silvan Schüpbach affrontano il Fitz Roy e altre grandi pareti patagoniche; in Groenlandia la squadra percorre lunghi tratti in kayak e a piedi prima di affrontare pareti isolate. Nel 2016, nel Sam Ford Fjord di Baffin, i Ragni percorrono oltre 250 chilometri con le slitte e aprono otto nuove vie. E ancora la Patagonia.

Bivacco di vetta della Grignetta, dal reportage di giugno 2026 di Famiglia Cristiana

Nel 2018 Della Bordella e Schüpbach salgono l'inviolato Cerro Riso Patrón Sud dopo un avvicinamento in kayak attraverso i fiordi; nel 2019 Luca Schiera e Paolo Marazzi aprono una nuova via su una montagna senza nome del Campo de Hielo Norte.

È una nuova idea di esplorazione: non soltanto conquistare ciò che tutti conoscono, ma andare dove sulle mappe rimangono ancora spazi vuoti.

Il gruppo @ Ragni della Grignetta

Ottant'anni dopo, il ragno non si è fermato

La cosa forse più interessante dell'ottantesimo anniversario è che i Ragni non stanno semplicemente celebrando il proprio passato.

Il gruppo continua ad accogliere giovani alpinisti. Nel 2022 sono entrati, fra gli altri, i giovani Anna Aldé, Simone Manzi, Giacomo Regallo e Marco Zanchetta. Oggi il sito ufficiale del gruppo documenta una generazione impegnata tanto sulle grandi pareti quanto nell'esplorazione delle montagne di casa.

Marco Zanchetta, per esempio, negli ultimi anni ha raccontato nuove aperture dal Sudamerica al Kirghizistan. Nel 2025, insieme a Mattia Sandionigi e Davide Pontiggia, ha aperto una nuova via nella regione del Karavshin, dal basso e senza corde fisse. Nel giugno 2026 Simone Manzi ha raccontato una nuova via al Pizzo di Prata, in un'idea di alpinismo esplorativo che guarda anche alle montagne vicine e alla possibilità di scoprire qualcosa senza necessariamente attraversare mezzo mondo. È un dettaglio solo apparentemente piccolo.

Perché forse il futuro dei Ragni sta proprio qui: continuare a salire il mondo senza dimenticare la montagna che si vede da casa.

La montagna torna in città

Per festeggiare gli ottant'anni, Lecco farà una cosa che sembra quasi il contrario dell'alpinismo: porterà la montagna in riva al lago.

Dal 16 al 18 ottobre 2026 il Lecco Climbing Festival trasformerà il centro cittadino, le piazze e il lungolago in un grande luogo dedicato all'arrampicata e alla cultura della montagna. Sono previsti talk con alpinisti internazionali, mostre, presentazioni, climbing urbano, attività per bambini e famiglie, una torre d'arrampicata e il libro La storia dei Ragni di Lecco in 80 vie. Ma l'obiettivo, spiegano i Ragni, non è guardarsi allo specchio e celebrare soltanto la propria storia. È semmai restituire quella storia alla città e all'intera comunità della montagna.

«Abbiamo voluto fortemente questo festival proprio per evitare un evento autocelebrativo dei soli Ragni», spiega il presidente dei Maglioni Rossi Matteo De Zaiacomo, «L’idea è trasformare il nostro 80° anniversario in una vera festa aperta a tutti gli appassionati di montagna, un’occasione per coinvolgere ad ampio raggio l’intera comunità degli alpinisti e degli scalatori lecchesi, insieme agli appassionati e ai cittadini. Portare la montagna in città, condividere storie, visioni e sfide del presente e del futuro e far conoscere il nostro territorio, la sua bellezza e la sua tradizione alpinistica agli ospiti provenienti da ogni parte del mondo, questo è lo spirito del Lecco Climbing Festival».

Non è soltanto una festa. È, in qualche modo, l'ultima tappa di un viaggio cominciato ottant'anni fa. I Ragni sono nati dalla voglia di alcuni ragazzi di stare insieme e di salire le montagne. Oggi quelle montagne sono diventate patrimonio di memoria per un'intera città. Il festival prova quindi a fare il percorso inverso: riportare quelle storie là dove sono nate, fra le strade, le piazze e le persone.

Il presente incontrerà il passato. I grandi nomi della storia del gruppo incontreranno i giovani. Accanto ai Ragni compariranno alpinisti internazionali come Sean Villanueva O'Driscoll, Nicolas Favresse, Silvo Karo, Igor Koller, François Cazzanelli e altri protagonisti dell'arrampicata contemporanea. Perché ottant'anni, in montagna, non sono soltanto un anniversario. Sono una cima raggiunta e un'altra ancora da cercare.

Quel maglione rosso

C'è un'immagine che riassume tutta la vicenda. Un ragazzo entra in una parete. Ha sulle spalle uno zaino, davanti agli occhi una linea da seguire, alle spalle un compagno. Indossa un maglione rosso.

Quel colore ha attraversato ottant'anni di storia. È comparso sul Badile, sull'Eiger, sul McKinley, sul Cerro Torre, sul Fitz Roy, sull'Himalaya. Lo hanno portato Cassin, Mauri, Ferrari, Alippi, Perego, Mazzoleni. Lo hanno indossato generazioni diverse, con idee diverse, tecniche diverse e persino concezioni diverse dell'alpinismo. E oggi lo portano uomini e donne che stanno ancora cercando pareti nuove.

Il gruppo stesso lo riconosce: quel maglione può essere «pesante» da portare, perché è carico di storia e aspettative. Ma può anche diventare uno stimolo a inseguire nuovi sogni. Forse è questo il segreto della loro lunga vita. Non avere mai considerato la storia come un punto d'arrivo.

La storia, per un alpinista, serve soltanto a sapere da quale parete si è partiti. Poi bisogna ancora scegliere dove mettere il prossimo chiodo, quale corda recuperare, quale linea seguire nel vuoto. Ottant'anni dopo, sopra Lecco, la Grignetta è ancora lì.

E da quelle guglie continua a partire una cordata.