C’è una solitudine antica, quasi liturgica, nel passo con cui Luiz Inácio Lula da Silva calca le pedane di legno del Nordest brasiliano. A ottantuno anni, le mani segnate dalla terra di Caetés e dal metallo delle officine di São Bernardo do Campo portano il peso d'un intero Continente. È il crepuscolo d'un gigante della politica mondiale, chiamato ancora una volta a farsi bastione.

Dall’altra parte del palco, dall’altra parte della frattura che spacca in due il Paese, c’è Flávio Bolsonaro. Ha quarantacinque anni, il volto affilato della nuova destra continentale, il cognome di un padre condannato all'ineleggibilità e il cinismo dei tempi nuovi.

Il Brasile si avvia al voto di domenica 4 ottobre immerso in un’atmosfera densa, quasi sospesa. Non è una semplice elezione presidenziale; è la celebrazione d’un processo all’anima democratica d’una nazione. Una conta voto su voto, spalla a spalla, misurata dai decimali dei sondaggi, dove la distanza tra i due pretendenti al ballottaggio sfuma nel margine d’errore delle rilevazioni.

FILE PHOTO: A man walks past presidential campaign materials depicting Brazil's former President Luiz Inacio Lula da Silva and and President Jair Bolsonaro in Brasilia, Brazil, September 23, 2022. REUTERS/Adriano Machado/File Photo
FILE PHOTO: A man walks past presidential campaign materials depicting Brazil's former President Luiz Inacio Lula da Silva and and President Jair Bolsonaro in Brasilia, Brazil, September 23, 2022. REUTERS/Adriano Machado/File Photo
FILE PHOTO: A man walks past presidential campaign materials depicting Brazil's former President Luiz Inacio Lula da Silva and and President Jair Bolsonaro in Brasilia, Brazil, September 23, 2022. REUTERS/Adriano Machado/File Photo (REUTERS)

La cicatrice del 2023 e lo spettro del Campidoglio

Guardare il Brasile di oggi significa camminare sul filo d’una cicatrice mai del tutto rimarginata. L’8 gennaio 2023 la democrazia brasiliana ha guardato dentro l’abisso. Le immagini dei manifestanti ultradestristi che invadevano i palazzi del potere a Brasília, la Praça dos Três Poderes, il Congresso Nazionale, il Supremo Tribunale Federale, non furono soltanto una tragica messinscena stilistica, ma la replica fedele, quasi fotostatica, dell’assalto al Campidoglio di Washington orchestrato due anni prima dai sostenitori di Donald Trump.

Oggi come allora, la strategia della tensione non ha cambiato spartito. Con Jair Bolsonaro dichiarato ineleggibile, il testimone della casata è passato a Flávio. Il "figlio d'arte" non ha sconfessato la narrazione del padre; l'ha rifinita, vestendola d'un abito comunicativo più contemporaneo ma con lo stesso, letale sottofondo: la svalutazione preventiva della trasparenza elettorale, il seme del dubbio sulla regolarità del voto elettronico, la promessa subliminale di non accettare sconfitte.

C’è nell’ascesa dei Bolsonaro junior la stessa eversione sotterranea che ha nutrito le destre globali: indebolire le istituzioni dall’interno, delegittimarne i garanti e trasformare la sovranità popolare in una resa dei conti tribale.

La croce armata e la liturgia del potere

Tuttavia, il tratto più inquietante di questa campagna non risiede soltanto nel lessico della forza, ma nell’uso spregiudicato dei simboli della fede. C'è un'alchimia perversa che unisce il populismo americano di Donald Trump, l'anarco-capitalismo messianico di Javier Milei e la prassi politica dell'ultradestra brasiliana. È la sacralizzazione della politica.

Sui palchi di Flávio Bolsonaro e nelle megachiese evangeliche che punteggiano le periferie di San Paolo e Rio de Janeiro, la Parola di Dio cessa di essere strumento di salvezza per farsi clava identitaria. La Bibbia impugnata davanti alle telecamere, il nome di Gesù associato alla libertà di porto d’armi e al liberismo economico più selvaggio, la trasformazione dell'avversario politico non in un concorrente democratico, ma nel "Demonio" da esorcizzare. È lo stesso teatro spirituale che abbiamo visto a Buenos Aires e negli adunate in Florida: la religione ridotta a brand, l'Evangelo privato della sua carica di carità e giustizia sociale per diventare uno scudo contro i diritti umani e la tutela del Creato.

A questo delirio identitario, Lula contrappone un cattolicesimo popolare, intriso della dottrina sociale della Chiesa e vicino alle istanze degli ultimi, degli invisibili, degli indigeni dell'Amazzonia la cui terra continua a essere contesa e devastata. Per il vecchio leader del Partido dos Trabalhadores, la fede non è un'arma elettorale ma una responsabilità etica verso gli affamati e gli emarginati.

Il verdetto della terra

Gli indicatori economici e sociali darebbero ragione al presidente uscente: il PIL tiene, la disoccupazione è ai minimi storici e il ritmo della deforestazione in Amazzonia ha subito un rallentamento tangibile rispetto agli anni del disboscamento selvaggio targato Bolsonaro. Eppure, il Brasile profondo appare insensibile ai soli numeri. Risucchiato da una polarizzazione feroce, un Paese diviso esattamente a metà si appresta a varcare le porte dei seggi.

Si voterà fino all’ultimo minuto, fino all'ultima scheda. E quando i seggi chiuderanno, la vera sfida non sarà soltanto contare i voti, ma verificare se l'impalcatura democratica di questo gigante latinoamericano saprà reggere all'ennesima scossa tellurica. Il Brasile si trova davanti al bivio della sua storia moderna: confermare l'abbraccio con la difesa delle istituzioni e dell'uomo, o lasciarsi travolgere dalle sirene d'un nuovo oscurantismo travestito da redenzione.