Quel che sta succedendo in casa Pd è molto chiaro. Matteo Renzi può contare nel Paese su una maggioranza schiacciante del 40 e passa per cento, ma se sovrapponiamo la carta millimetrata del consenso elettorale certificato dalle europee sulla componente parlamentare dei deputati e senatori Pd, i due disegni non coincidono per nulla, il quadro è sfalsato, perché il segretario-premier non è nemmeno parlamentare ed è arrivato a prendersi tutto un anno dopo le elezioni. I renziani puri tra Camera e Senato sono non più di una sessantina. Poi ci sono le truppe cammellate di Franceschini, da tempo salite sul carro, anzi sul "cargo" del vincitore. Per il resto il gruppo del Pd è abitato da fieri dalemiani, bersaniani, speranziani, giovani turchi e civatiani (sì, pochi, ma ci sono pur sempre anche i civatiani, forti di una ventina di deputati) un po' smarriti e fermi sul chi va là.

Ogni tanto qualche episodio rivela la situazione. Ed ecco così, in questa cornice eterogena e poco renziana, dispiegarsi di fronte al nuovo monarca il pallido Vietnam del vecchio apparato del Pd che si è estrinsecato nel caso Mineo. Una fronda spazzata via come foglie al vento e seppellita con una battuta. E' chiaro che la durata della legislatura dipende dal grado di sottomissione delle vecchie truppe al nuovo corso. Perchè il ragazzo, come è ormai noto, è sveglio, implacabile e nervoso e ha una gran voglia di rovesciare il tavolo per andare a mietere consensi in nuove elezioni una volta fatta la nuova legge elettorale (forse già a settembre). Sabato si dovrà scegliere il presidente e la prossima settimana si sceglie la nuova segreteria del Nazareno. Lì si vedrà fino a che punto la vecchia guardia giungerà a miti consigli con il segretario che nella sua "confederazione di anime", come diceva Sostiene Pererira, conserva un'anima da rottamatore. Il resto sono chiacchiere.